L’archivio della Comunità ebraica di Roma è un pozzo senza fondo. Ne è ben consapevole la storica Giordana Terracina, che in quelle carte, in quei faldoni, si è immersa con competenza e fatica. Fatica ben spesa, e necessaria. Perché la lunghissima storia dei romani ebrei è sostanzialmente nota, ma mancava un approfondimento di taglio scientifico sul periodo preso in esame dal suo studio, problematico fin dal titolo: L’illusione dell’emancipazione. In sostanza, l’emancipazione degli italiani di religione israelitica – e in particolare i romani – finalmente riconosciuti come cittadini titolari di diritti e doveri identici a tutti gli altri, ha realmente garantito loro lo status di italiani per le generazioni e per i secoli a venire? O li ha solo illusi che non sarebbe mai tornato il tempo della minorità? Con il Risorgimento e l’Unità certamente credettero che la svolta fosse definitiva. Al punto che in larghissima parte scelsero di essere più patriottici di tanti altri, come se pensassero di dover recuperare il tempo perduto.
Per questo il lavoro di Giordana Terracina costringe a cambiare sguardo. L’oggetto dichiarato della ricerca è la vita – pubblica e privata – della Comunità dal 1922 al 1938. Il cuore segreto è il rovescio della parola emancipazione: un processo vissuto come compimento e rivelatosi, alla prova del fascismo e delle leggi razziali, un inganno storico e morale. L’autrice affronta la materia con un lavoro sul quotidiano che ha pochi precedenti: non un montaggio di tesi, ma un corpo a corpo con le carte d’archivio, migliaia di documenti inediti che riportano in superficie voci, registri, elenchi, circolari, resoconti scolastici e assistenziali. Ne esce un affresco corale in cui gli ebrei italiani appaiono in ciò che si sentivano di essere: cittadini, patrioti, parte integrante della nazione. È questa fiducia, sedimentata nell’Unità e nella Grande Guerra, a rendere il 1938 non soltanto una rottura giuridica, ma un trauma identitario. Il titolo scelto non è un vezzo: è la chiave etica e storiografica del volume.
La forza del libro è nel metodo. La storia non è raccontata dall’alto, ma ricostruita dal basso: la scuola ebraica che educa al dovere nazionale, la targa ai caduti della Grande guerra affissa in sinagoga, i bilanci dell’ospedale israelitico, le liste delle colonie estive e la gestione di orfanotrofi e case di riposo. La trama documentaria illumina gesti minuti e decisivi: l’oro alla patria raccolto fra gli alunni, una bambina che si sfila un braccialetto per gli “ascari” in Africa orientale, la rete di relazioni con le autorità cittadine, la Befana fascista organizzata insieme ai rioni. Persino i dettagli vestimentari registrano il mutamento: i bambini che partono per le colonie con la divisa bianca e, dal 1935, con le tenute da Balilla e Piccole Italiane. È un consenso vissuto come patriottismo, non come rinuncia a sé: la comunità si presenta, con orgoglio, come “italiana di religione ebraica”. In filigrana scorrono i dossier sugli studenti stranieri ammessi nei licei italiani con titoli conseguiti all’estero, le pratiche di assistenza ai più poveri, le minute sul funzionamento degli enti caritativi. Ogni pagina conferma quanto la modernizzazione comunitaria corra parallela a quella nazionale.
Il libro mette inoltre a fuoco una zona sensibile: l’educazione religiosa e l’impatto della riforma Gentile. La comunità si interroga su come tutelare l’insegnamento dell’ebraismo dentro un sistema scolastico sempre più pervaso dall’ideologia di Stato. È qui che la ricerca mostra l’attrito con il progetto totalizzante del regime: non sull’obbedienza civile, ma sul governo delle coscienze e dei giovani. Documenti, circolari, appunti interni registrano l’energia spesa per non ridurre l’ebraismo a folklore, difendendo lo spazio dell’apprendimento e del culto. Non c’è enfasi, solo carte: ed è proprio la secchezza della fonte a dare peso alla ricostruzione.
Il filo conduttore, esplicito, è il tradimento. La comunità aveva consegnato alla patria Italia lealtà, sangue e intelligenze fin dal Risorgimento; aveva celebrato la monarchia, sostenuto le campagne imperiali, partecipato alla costruzione dello Statounitario. A rendere le leggi antiebraiche del 1938 così devastanti è l’assenza di preavviso nella percezione interna: la società ebraica romana si sente parte, non corpo separato. Per questo la “persecuzione dei diritti” e poi “nella vita” agiscono come uno sradicamento: non solo ti si toglie il posto, si nega il patto fondativo della cittadinanza. Il volume lo dimostra nel modo più serio possibile, seguendo le linee d’onda nella vita materiale: esclusioni a scuola e all’università, epurazioni nel pubblico impiego, fratture in ospedali e enti di mutuo soccorso, restringimento progressivo dell’agibilità sociale. Non ipotesi, atti.
Di grande interesse è anche il confronto fra Roma, Torino e Firenze: tre comunità con storie e vocazioni diverse, accomunate da un doppio nodo di identità. Da un lato la fedeltà alla tradizione religiosa e al proprio ecosistema solidale; dall’altro un sentimento nazionale vissuto come naturale, a tratti persino più acceso della media italiana coeva. Il risultato non è un quadro uniforme ma un mosaico: sionismo minoritario e filantropico in Italia, integrazione come norma, differenze locali che contano (la popolarità romana, la laicità torinese, l’intellettualità fiorentina). È un’Italia che, fino al 1937, appare ai profughi dell’Europa centro-orientale come porto sicuro; e che in pochi mesi diventa terreno di esclusione legale. Questa asimmetria, resa senza enfasi, è uno dei centri morali del libro.
Un merito ulteriore è l’attenzione alla dimensione transnazionale. Le carte raccontano gli arrivi degli ebrei tedeschi e austriaci negli anni Trenta, le richieste di cittadinanza, le domande di transito nel 1943 verso la Palestina mandataria britannica o le Americhe. La traiettoria dei rifugiati, incrociata con i registri comunitari e con i fascicoli ministeriali, è il naturale prolungamento di questa ricerca: una storia sociale dei movimenti forzati dentro e fuori l’Italia, capace di far dialogare la microstoria delle vite con la macrostoria delle norme. Anche qui, nessun compiacimento: solo la pazienza di seguire l’inchiostro dov’è stato tracciato. Giordana Terracina evita sia la freddezza compilativa sia la retorica commemorativa. La prosa tiene insieme documento e memoria, con scelte narrative che danno priorità alla verifica e alla fonte senza sacrificare la leggibilità. È una lezione di metodo: quando le carte parlano, non serve alzare la voce.
L’illusione dell’emancipazione restituisce una storia nazionale nella sua interezza, non come capitolo minore ma come specchio del Paese: l’integrazione orgogliosa, la promessa mancata, la frattura del 1938, la perdita dei diritti, la discriminazione, la successiva persecuzione. Il contributo non sta soltanto nelle nuove informazioni rese disponibili — e sono moltissime —, ma nel modo in cui sono ordinate: a partire dal quotidiano. Ne nasce una verità semplice quanto terribile: i diritti senza una coscienza vigile possono essere ritirati “in un istante”. Per ricordarlo non servono proclami; bastano gli atti, le liste, i registri, i diari d’ufficio. Questo libro li ha riportati alla luce. E ci riguardano. Ancora. Si pensi all’antiebraismo che come un fiume carsico è riaffiorato con forza, anche in Italia, parallelamente alla crisi mediorentale. La memoria della Shoah ci ha abituato tutti a gridare “Mai più!”. È lecito dubitare che sia servito a creare un mondo migliore. Ora dovremmo aver capito che la storia – magistra vitae? – può ripetersi, non in farsa ma in rinnovata tragedia. La lettura dellavoro di Giordana Terracina può aiutare. Speriamo.
Giordana Terracina, L’illusione dell’emancipazione. La Comunità Israelitica di Roma dall’avvento del fascismo alla vigilia delle reggi antiebraiche (1922-1938), prefazione di Giacomo Moscati, presentazione di Claudio Procaccia, Gangemi Editore, Roma 2025, pp. 350.

