Il 2 gennaio 1979 l’ambasciatore italiano a Teheran, Giulio Tamagnini, annota nel suo diario: «La situazione continua a peggiorare: si spara in città ed in provincia; il razionamento della benzina è teorico, in realtà manca completamente; ogni giorno tagliano la corrente elettrica per molte ore; scarseggiano, o spariscono del tutto, vari generi alimentari; gli scioperi si sono estesi ad altri settori (posta, telefono, telex). Combino con l’Alitalia che, per il volo su Roma di domani, un Boeing 747 sostituisca il DC 8, per far fronte a tutte le domande di partenza» [La caduta dello Scia’. Diario dell’ambasciatore italiano a Teheran 1978-1980, Edizioni Associate, Roma 1990. Prefazione di Giulio Andreotti].
Da mesi l’Iran – o la Persia, se si vuole – era in preda alla rivolta popolare sobillata dal clero sciita contrario alla riforma agraria e al laicismo diffusosi con il consenso di Sua Altezza Imperiale Mohammad Reza Pahlavi. Il suo regime autocratico, filo occidentale, e persino amico di Israele, era sull’orlo del baratro.

Lo Scià le aveva tentate tutte per salvare la monarchia. In extremis aveva promesso riforme e aveva nominato primo ministro Shapur Bakhtiar, un ex seguace di Mohammad Mossadeq, che nel 1953 fu vittima di un colpo di Stato sostenuto dalla casa regnante e dai servizi segreti di Stati Uniti e Gran Bretagna. Naturalmente in ballo c’era il ruolo delle compagnie petrolifere, che l’allora primo ministro voleva espellere e sostituire con la statale Anglo-Persian Oil Company. Non funzionò. La rivolta popolare sostenuta dall’esilio parigino dall’Ayatollah Ruhollah Khomeyni si allargò di giorno in giorno.
Neppure il governo americano capì che cosa da tempo covava sotto la cenere. Eppure un anno prima, il 31 dicembre del 1977, a Teheran, il presidente americano Jimmy Carter, durante un incontro con lo Scià, aveva dichiarato che l’Iran era «un’isola di stabilità in una delle più travagliate aree del mondo». Incontro fatale, va detto, per Carter – alla luce degli avvenimenti successivi – e per lo stesso Pahlavi. Coronato da un brindisi alcolico proibito dall’Islam, l’incontro aiutò il clero sciita a demonizzare la figura del sovrano come traditore della religione.

Nella prefazione al libro di Tamagnini l’allora Presidente del Consiglio Giulio Andreotti ammette a posteriori che «Pochi all’estero, per la verità, ebbero esatta percezione di quello che stava succedendo in Iran». Non capirono gli Stati Uniti, ma neppure l’Unione Sovietica e la Cina. Tanto meno l’Italia. Il via vai delle imprese pubbliche e private che avevano in corso grandi opere o intendevano investire in Iran era ancora incessante. Nonostante nell’estate del 1978 l’ambasciatore Tamagnini avesse trasmesso a Roma la sua impeccabile analisi: «24 agosto. Sono preoccupato, come ho scritto al ministro [degli Esteri, Arnaldo Forlani], per l’evolversi della situazione in Iran. È assurdo pensare, come fa qualcuno, a manifestazioni sporadiche di malcontento, suscettibili di rientrare con qualche palliativo. La situazione è ben più grave: la contestazione violenta e di massa che ha preso vita negli ultimi mesi va letta alla luce della reale condizione del popolo iraniano. La gente sa che il paese è ricco per un dono naturale, il petrolio, ma vede accumulare ricchezze enormi nelle mani di pochi, mentre la grande massa non migliora se non marginalmente la sua condizione. […]. La grande massa dunque non ha migliorato la propria condizione né sul piano economico […] né sul piano etico. Anzi la conculcata libertà di espressione e di dialogo è apparsa anche più dura proprio quando maggiori contatti con l’estero (penso alle migliaia di studenti che hanno potuto frequentare scuole e università all’estero) hanno creato nuovi fermenti di idee. La rigidezza del sistema non ha permesso che tali nuove istanze si traducessero gradualmente in pubblico e civile dibattito».
«È a questo punto – aggiunse l’ambasciatore – che si è inserito, come detonatore della contestazione, il fattore religioso. Alle masse sfruttate ma timorose è giunta sempre più imperiosa la voce di protesta dei rappresentanti del clero islamico, quegli ayatollah che sono le sole persone in Iran nei cui confronti lo stesso Scià ha sempre nutrito un certo rispetto. È proprio nelle moschee che non solo gli ayatollah ma anche i semplici mullah hanno potuto levare una voce pubblica di protesta, se non di vera condanna contro il regime dello Scià; le moschee dunque sono diventate il vero canale per istradare e fomentare il malcontento popolare. E lo Scià non ha fatto, con la sua politica “laica” per altri versi comprensibile, che esacerbare l’opposizione dei religiosi. Che l’attuale regime sia in grado di far fronte all’onda di protesta che si sta levando ormai in tutto il paese è dubbio. Dovrebbe essere in grado di trasformarsi e rigenerarsi di fronte alle nuove esigenze, abbandonando spontaneamente e tempestivamente l’assolutismo del potere!»
Tamagnini aveva capito, ma non fu ascoltato. L’11 gennaio di quel 1979 il segretario di Stato americano Cyrus Vance annunciò da Washington che Pahlavi sarebbe partito per alcune settimane di vacanza. Il 13 gennaio a Teheran due milioni di persone scesero in piazza per chiederne l’abdicazione. Il 16 gennaio lasciò il paese. E fu esilio. Non tornò mai più.

La storia si ripete? Karl Marx era convinto che “si ripete prima come tragedia, poi come farsa”. Capita. Ma non è una regola scientifica. Cambiando i protagonisti, 46 anni dopo in Iran la storia sembra ripetersi assolutamente identica. Nonostante la repressione, che sembra ormai contare 64 manifestanti uccisi e più di 2000 arrestati, quanto potrà ancora durare la teocrazia autoritaria guidata dalla Guida Suprema Ali Khamenei? All’epoca il clero sciita fece crollare un regime laico. Oggi un popolo stanco di una guida religiosa dispotica e fanatica potrà rovesciare il regime? Comunque non è e non sarà una farsa.

Imbelli Russia e Cina, l’Occidente per ora sta a guardare, nonostante Trump lanci avvertimenti. È immaginale un blitz come in Venezuela? Trump sa perfettamente di l’America non è in condizione di invadere l’Iran. Certo il regime di Khamenei sembra prossimo al collasso. Ha subito gli interventi americani e israeliani. Le sue propaggini in Yemen, con gli ribelli Houthi, in Libano, con Hezbollah, a Gaza con Hamas, sono state sconfitte. La crisi economica e alimentare non perdona. Le iraniane stracciano i veli e spesso guidano le proteste. Ma è difficile immaginare chi potrà gestire politicamente una transizione pacifica. Il sessantenne Reza Pahlavi, figlio in esilio dello Scià, principe ereditario, ha lanciato un appello a Trump, ma non sembra che la Casa Bianca lo consideri in grado di ottenere l’indispensabile consenso popolare, che può essere suscitata solo dalle opposizioni interne, deboli e non omogenee. Gli iraniani di oggi – tre generazioni dopo – non si stanno sacrificando nel nome di una restaurazione, ma per una democrazia capace di garantire libertà civili e di una rinascita economica.
Da giorni girano voci non confermate di aerei russi pronti a prelevare Khamenei, i suoi familiari e il suo gruppo ristretto di sodali. Modello Assad, per intenderci. Ma la Siria a guida alauita era strettamente legata alla Russia, più del Venezuela. È credibile che Putin abbia interesse a ospitare tutti gli autocrati in declino? Se ritorniamo a 47 anni fa, si deve ricordare che l’esilio dello Scià fu errante, e anche gli Stati Uniti – dove fu operato – lo accolsero senza entusiasmi. È lecito dubitare sulle prospettive di Khamenei.
Intanto, in quasi tutte le città iraniane, continua la rivolta. E il procuratore generale Mohammad Movahedi Azad “avverte” che tutti i manifestanti saranno accusati di essere “nemici di Dio”, reato punibile con la pena di morte.
Dove va l’Iran? 46 anni dopo la caduta dello Scià la storia non si ripete in farsa

