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Verso Sanremo. Ennio Flaiano, il genio che non capì le “Pietre” di Antoine

Gennaio 18, 20260

Lo avevo già letto? O penso di averlo letto e invece non l’ho mai fatto? Non me lo ricordo. Capita. Come è capitato per caso di trovarmelo tra le mani mentre frugavo in uno scaffale alla ricerca di un libro che non ho poi trovato. Archiviata la ricerca in mano avevo Frasario essenziale per passare inosservati in società di Ennio Flaiano. Il grande caustico, perfido borghese conservatore che in vita ha pubblicato pochi libri, ma ha scritto un’infinità di articoli su giornali e riviste, per non dire delle sceneggiature cinematografiche.

Frasario è una scelta di appunti e testi vari, raccolti e commentati per Bompiani (edizione 1998, prima edizione 1986) dallo scrittore e critico letterario Giorgio Manganelli e da Vanni Scheiwiller, piccolo editore di qualità. Entrambi ci hanno lasciato da tempo. La Scheiwiller esiste ancora, ma non è più quella di una volta.

Il lascito di Flaiano (1910-1972) è enorme, ormai quasi tutto edito. Gli appunti sono semplici “battute”, tracce per sceneggiature, talvolta mai trasferite nel grande schermo, pensieri privati, ipotesi per romanzi mai nati. Sono interessanti e bene rappresentano il carattere dell’autore, nonché il clima culturale e sociale dell’epoca. Vale la pena leggerli. Quando Flaiano scrive, nel 1959, “Oggi il cretino è specializzato”, o “Il peggio che può capitare ad un genio è di essere compreso”, oppure, nel 1965, “Le dittature degli altri non ci danno fastidio”, o ancora “Chi mi ama mi preceda”, è impareggiabile. E molte di queste fiammate non sono superate dal passare dei decenni.

Certo, quando Flaiano parla nel 1969 dei comunisti italiani disegna un’epoca. Forse non si può capirne il senso se quegli anni non li ha vissuti. Ma è un editoriale sintetico su un clima politico non inventato, ma realmente esistito. Vogliamo rileggerlo? “Iscrivetevi al Partito Comunista. Vantaggi.  – sarete temuti e rispettati – libertà privata totale – ampie possibilità per il futuro – viaggi in comitiva – nessuna perdita in caso di persistenza del sistema – guadagno in caso di rivoluzione (almeno per i primi tempi) – colloquio con i giovani – ammirazione del ceto borghese -ampie facilitazioni sessuali – possibilità di protesta – rapida carriera – firma di manifesti vari – impunità per delitti politici e di opinione – in casi disperati, alone di martirio”. Flaiano sopra le righe? Una storia onesta degli anni post sessantottini vi convincerà del contrario.

Ma Flaiano era Flaiano. In fondo non amava il passato e non sopportava il presente. Di qualunque forma di passato e presente. Senza alcun rispetto per chicchessia, di qualunque cosa si occupi. “Flaiano – avverte Scheiwiller – ucciderebbe la propria madre”. Essendone consapevoli nulla può sorprendere o indignare delle sue righe. E dunque non c’è da indignarsi per una nota scritta sul festival di Sanremo. Peraltro il festival lo abbiamo criticato tutti. E tutti criticheremo quello ormai alle porte, che come sempre sarà seguito dalla stragrande maggioranza degli utenti radiofonici e televisivi.

Dunque Flaiano si è occupato anche di Sanremo. Mi ha colpito. Dispiace che i curatori abbiano attribuito – sia pure con un punto interrogativo – questa nota al 1968. Un errore banale. Forse Scheiwiller e Manganelli erano tra i pochissimi che spegnevano la televisione. Invece Flaiano ha visto una serata in casa di amici. Amici che “intendevano vedere la trasmissione per ragioni di studio, essendo psicologi e interessati ai fenomeni della cultura di massa. Alla fine mi sono accorto che a loro quella cosa piaceva. Il fatto che a cantare fossero dei giovani, serviva a garantirli che la loro approvazione rientrava nell’aspetto giovanile del fenomeno”.

Flaiano ne è invece scandalizzato, forse anche per la conduzione di Mike Buongiorno. “La verità – appunta – è che a me lo spettacolo, non so più se ridicolo o penoso – di quella gente che urla canzoni molto stupite e quasi tutte uguali, lo spettacolo mi è parso di vecchi. Comunque, se la gioventù è questa, tenetevela. Non ho poi visto niente di più anchilosato, rabberciato, futile, vanitoso, lercio e interessato”.  Una stroncatura senza appello. Mi ha colpito perché Flaiano aveva 62 anni. Mio padre ne aveva 43, ma diceva esattamente le stesse cose. Lo guardava per noi “ragazzi”, anche perché la TV di casa era una sola, ma a ogni canzone soffriva e cercava di convincerci che erano tutte schifezze. Lui e Flaiano, due generazioni diverse, ma per molti versi ancora uguali.

Viene da chiedersi come entrambi avevano reagito quando nel 1960 il principe degli “urlatori” Tony Dallara, appena scomparso, vinse Sanremo con Romantica. Avranno temuto un terremoto imminente? Certo quelli che allora si chiamavano con disprezzo “capelloni” non li sopportavano. Il mondo stava cambiando contro la loro volontà. “C’era un tale per esempio – scrive Flaiano – coi capelli alla bebè che sembrava protestare contro il fatto che dei malintenzionati gli tirassero le pietre. Non si capiva perché si lamentasse tanto. Avrebbe voluto che gli tirassero delle bombe? Oppure? Che un tipo simile venga lapidato dovrebbe essere normale. È brutto, sporco e probabilmente velenoso”.

A chi si riferisce il velenoso Flaiano? Neppure lo cita. Deve essere stato talmente schifato da non ricordarsi neppure il nome. Tanto doveva essere bombardato… Io invece, nonostante il disgusto paterno, lo ricordo bene, e anche la canzone Pietre. Scritta e musicata da Dante Pieretti, Piero Leonardi e Ricky Gianco era cantata da Pierre Antoine Muraccioli, in arte Antoine, francese di origini corse, nato in Madagascar nel 1944. Oggi ha 81 anni e gira il mondo in barca.

 

Antoine a me piaceva. E mi piaceva anche la canzone: “Tu sei buono e ti tirano le pietre/ Sei cattivo e ti tirano le pietre/ Qualunque cosa fai/ Dovunque te ne vai/ Tu sempre pietre in faccia prenderai”. Niente di straordinario, ma non rinnego di averla amata. In fondo era un “avvertimento”.

Gli anni Sessanta per la mia generazione furono bellissimi. Superficiali? Non proprio. Era il 1967. Ci si apriva un mondo. Io stravedevo per Lola Falana. Si chiama in realtà Loletha Elayne Falana ed è diventata suora. E chi se la perdeva con Don Lurio in “Sabato sera”? Sempre 1967, non 1968. Il festival di Sanremo, quel tragico Sanremo del suicidio di Luigi Tenco. In un clima fatalmente luttuoso vinsero Claudio Villa e Iva Zanicchi. Ma come hanno fatto i curatori dei testi di Flaiano a sbagliare data? Capisco il disgusto, ma insomma, era difficile sbagliare. Che volessero “passare inosservati in società”?

Verso Sanremo. Ennio Flaiano, il genio che non capì le “Pietre” di Antoine

 

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