«Dunque, quello che avviene dopo il 1945 non è il ripristino dello status quo ante», avverte David Bidussa nella prefazione al saggio dello storico Germano Maifreda La memoria restituita. Storia di imprenditori e dirigenti ebrei nell’Italia delle leggi razziali, edito da Il Sole 24 Ore in occasione della Giornata della Memoria, che viene celebrata, come si sa, in ricordo dell’apertura dei cancelli del campo di sterminio di Auschswitz, il 27 gennaio 1945.
È un lavoro, quello di Maifreda, a lungo atteso, su una problematica poco frequentata dalla storiografia. Non è infatti una semplice ricostruzione delle conseguenze delle leggi razziali del 1938, né l’ennesimo approfondimento sull’antisemitismo fascista. È piuttosto un netto cambio di prospettiva, che mette al centro la persecuzione economica subita dagli ebrei italiani, riportando con rigore ciò che avvenne negli uffici, nelle camere di commercio, nei consigli di amministrazione, nelle perizie e nei sequestri. L’autore mostra come la spoliazione non fu un effetto collaterale della discriminazione, ma una politica strutturata, resa possibile da uno Stato che organizzò l’emarginazione e l’esproprio con precisione burocratica e con un sorprendente livello di efficienza amministrativa.
Nulla sarà come prima. E per certi versi non poteva che essere così. Il mondo ebraico italiano sfuggito alle persecuzioni e alla Shoah – registra Bidussa – «profondamente cambiato rispetto al 1938. In confronto ai circa 48.000 ebrei italiani e 10.000 stranieri registrati dal censimento razziale nell’agosto 1938, alla fine del 1945 la popolazione ebraica si aggira intorno alle 30.000 unità. Mancano: circa 8000 deportati, 4000 convertiti, 6000 emigrati». Mancano persone semplici, dipendenti pubblici, intellettuali, professionisti, militari, commercianti e anche imprenditori e dirigenti di azienda di altissimo livello che avevano per decenni contribuito alla crescita del sistema economico dell’Italia. Molti sopravvissuti non tornarono nella Patria. E quelli che tornarono con enorme fatica e mai completamente riuscirono a recuperare aziende, ruoli, patrimoni.
Il cuore del libro sta proprio nel rovesciare l’idea che la persecuzione sia stata solo propaganda, violenza o segregazione. Qui la violenza passa dalle carte, dai fascicoli, dalle firme. Professore ordinario di Storia economica nell’Università degli Studi di Milano, Maifreda scava negli archivi per seguire i percorsi delle imprese di proprietà di italiani ebrei o dirette da ebrei, dei patrimoni sottratti, delle carriere interrotte. Non propone un catalogo commosso di vittime, ma ricostruisce un ecosistema economico che venne amputato. Le storie individuali contano, ma contano dentro un disegno più grande: un paese che, con la scusa dell’“arianizzazione” e dei “doveri” verso l’alleato tedesco, si impoverì da solo cacciando via competenze, capitali e intelligenze. È questa la parte più disturbante: vedere come l’Italia abbia perso competitività industriale e culturale mentre si illudeva di “ripulire” il proprio mondo economico.

Dentro le pagine emergono figure concrete: imprenditori, dirigenti, tecnici, professionisti che avevano contribuito allo sviluppo industriale prima e e tra le due guerre mondiali e che vennero espulsi dalla vita pubblica prima ancora che dalla vita civile. La narrazione è sobria, mai melodrammatica, e proprio per questo efficace. Non c’è enfasi moraleggiante, non c’è retorica da commemorazione: ci sono documenti e nessi causali. La forza del libro sta proprio nell’obbligare il lettore a leggere la persecuzione come meccanismo economico, non solo come tragedia umana. E nel farlo riesce anche a colpire un altro mito durevole: quello dei “bravi italiani”. È difficile tenere in piedi l’autonarrazione assolutoria quando si osserva la quantità di impiegati, periti, avvocati, funzionari e burocrati che contribuirono allo smantellamento del ceto dirigente ebraico con la freddezza tipica delle cose considerate “di competenza”.
In questa prospettiva, il lavoro di Maifreda diventa anche un libro civico. Chiama in causa la memoria come strumento di responsabilità, non come rito. Restituire la storia della spoliazione significa anche riconoscere che il dopoguerra non ha chiuso davvero il cerchio: molte restituzioni furono parziali, lente, contrattate. Molte famiglie non recuperarono nulla e molte imprese non tornarono mai in vita. La Repubblica fece i conti soprattutto sul piano morale, molto meno su quello patrimoniale e amministrativo. Questo libro apre una discussione inevitabile: una democrazia che vuole conoscere se stessa deve guardare non solo alle violenze esplicite, ma alle continuità istituzionali che hanno permesso quelle violenze.
Ricostruire questa storia, secondo Maifreda, è fondamentale, perché «non capiremmo la fisionomia economica e le scelte professionali degli ebrei italiani di epoca contemporanea senza conoscere la loro storia pregressa e il passato delle relazioni ebraico-cristiane nella penisola e, più in generale, nel mondo della diaspora».

Non mancano, naturalmente, i profili di imprenditori e dirigenti che sono stati protagonisti di una forse irripetibili della storia economica italiana. La dinastia Ascarelli, per esempio, che «incarna la parabola di una integrazione pienamente realizzata nel tessuto civile ed economico italiano». Il capitano d’industria Oscar Sinigallia, che diresse l’IRI e la Finsider, Angelo Donati, che fondò il Banco Italo-Francese di Credito, il finanziere e imprenditore triestino Camillo Castiglioni, che legò il suo nome alla nascita e al successo della Austro-Daimler e della BMW, Enrico Vita, con la Cartiera Vita-Mayer, il banchiere Guglielmo Reiss Romoli e altri ancora.
La scrittura resta leggibile, asciutta, quasi chirurgica, e questo è un pregio notevole per un tema così solo apparentemente tecnico. La struttura è chiara, la documentazione rigorosa, la prospettiva ampia. L’autore non cerca lo scoop, non fa giornalismo d’inchiesta, non moralizza: ricostruisce. È un saggio storico che funziona anche come strumento divulgativo e come base per un dibattito pubblico serio sulla responsabilità storica italiana.
In sostanza, La memoria restituita non aggiunge solo un capitolo alla storiografia sull’ebraismo italiano: crea un campo di ricerca e di consapevolezza che mancava. E dimostra che ricordare non è un gesto pietoso verso il passato, ma un atto politico verso il presente. Chi si occupa di storia, economia, diritto, politica o semplicemente di memoria civile troverà in questo libro una bussola per capire come si può distruggere un ceto dirigente senza usare le armi, e quanto a lungo un paese possa pagarne il prezzo.
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Germano Maifreda, La memoria restituita. Storia di imprenditori e dirigenti ebrei nell’Italia delle leggi razziali, prefazione di David Bidussa, con un contributo di Barbara Costa, Il Sole 24 Ore, Milano 2026, pp.198, € 16,05.
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