Rientrata in Italia nel luglio del 1947 dal volontario, e “necessario”, esilio in America Latina, Margherita Sarfatti tentò di pubblicare il suo memoriale È colpa mia, che senza successo aveva offerto a due editori americani. Ma presto rinunciò. Voltò pagina. E pubblicò solo Casanova contro Don Giovanni (1950) e Acqua passata (1955). Ormai molto anziana, Renzo De Felice non mancò di incontrala. La ricordò, in una intervista con Stefano Folli per il “Corriere della Sera” (1º febbraio 1993), come “una donna cordiale ma che conservava sempre qualcosa di sfuggente, di elusivo” (Cfr. R. De Felice. Scritti giornalistici. “Facciamo storia, non moralismo”, Luni Editrice 2019, p. 139).
È dunque comprensibile che, curando la prima edizione italiana del memoriale, Pierfrancesco De Robertis sottolinei che a <dispetto del titolo che indurrebbe a pensare a una completa ammissione di colpa, la trama del diario scorre infatti su una linea narrativa che tende sempre ad assolvere l’autrice>. Chiarito che si tratta di memoria personale e non di storia, è bene che È colpa mia sia finalmente disponibile per il pubblico italiano. Per quanto sia autoassolutorio, è interessante perché fa riflettere il lettore sulla cultura dell’epoca, offrendo un ritratto pubblico e privato di Benito Mussolini, nella sua evoluzione dal socialismo massimalista all’alleanza con Hitler.
De Robertis chiarisce che il memoriale ha una storia complessa. Margherita comincia a scriverlo a Buenos Aires, nel 1943/1944, per <bilanciare l’agiografia che ha firmato vent’anni prima, uscita in lingua inglese all’estero nel 1925 con il titolo The life of Benito Mussolini e poi nel giugno 1926 come Dux>. La prima versione argentina del memoriale uscì in 14 puntate sul giornale Critica nel giugno-luglio del 1945, con il titolo Mussolini como lo conocì. Mussolini era stato ucciso il 28 aprile e Margherita <si sentiva libera di raccontare la propria versione dei fatti>, stilando <un ritratto a tinte forti specialmente dei personaggi che hanno circondato Mussolini e con cui Margherita non era mai andata d’accordo, da Claretta a Edda passando per la marionetta Ciano>. Ne scrisse poi altri capitoli, che rimangono nel cassetto.
La versione pubblicata è quella di 12 capitoli conservata nel fondo archivistico che la famiglia ha versato al MART (Museo di arte moderna e contemporanea) di Rovereto. In appendice il curatore ha inserito il 14esimo capitolo della versione argentina, già disponibile in lingua inglese. Sconosciuto in Italia, il memoriale è da tempo noto negli Stati Uniti, con il titolo My Fault. Anzi, con il titolo completo My Fault. Mussolini As I Knew Him, curato, introdotto e commentato dallo storico Brian R. Sullivan (Enigma Books, New York 2014), che nel 1993 aveva pubblicato con Philip V. Cannistraro, contemporaneamente negli Usa e in Italia, la biografia Margherita Sarfatti. L’altra donna del duce (Mondadori).
Le due, se non di più, versioni del memoriale non sono identiche e, in ogni caso, vanno prese con le molle, sia nella interpretazione sia nei dettagli. Facciamo un esempio. La Sarfatti scrive: <Nel 1925 Mussolini si era ammalato gravemente, all’improvviso, ed era stato sul punto di morire. All’epoca viveva al terzo piano in via Rasella, nel cuore della capitale, solo con un cucciolo di leone e una vecchia domestica umbra di nome Cesira, che gli avevo mandato io. Cesira si rivelò un’infermiera eccezionale, e probabilmente gli salvò la vita> (p.40).
La fedele eugubina Cesira Carocci (1884-1963) sarebbe stata felice di essere ricordata da Margherita, ma non come “vecchia”, avendo allora 41 anni (cfr. G.S. Rossi, Cesira e Benito. Storia segreta della governante di Mussolini, Rubbettino 2007).
Nel testo pubblicato non risulta citata Alice de Fonseca, che invece – sia pure solo con il cognome del marito Pallottelli – è presente nel My Fault curato da Sullivan (p. 245). Mussolini soffrì di ulcera dal 1924 al 1927.
Alice era un’altra amante di Mussolini, e lo seguì nella Rsi.
Il 29 novembre 1926 scrive al capo del Fascio di Londra Camillo Pellizzi: <Italo sta benissimo; ho trascorso con lui ore ieri ed è veramente l’uomo magnifico in tutti i sensi! Però vi sono punti che non mi sembrano molto soddisfacenti nel modo di cura dei suoi dottori. Parlando e ridendo, ho potuto sapere quanto egli stimi il Pr. Castellani, quindi io vorrei che questo chiarissimo medico venisse subito a Roma segretamente, e lo visitasse di nuovo e stabilisse una cura secondo il suo illuminato giudizio> (Cfr. G.S. Rossi, Storia di Alice. La Giovanna d’Arco di Mussolini, Rubbettino 2010, p.18). Nella corrispondenza Alice, per prudenza, chiama Benito “Italo”.
Dettagli? Certo, solo dettagli. Ma dettagli che dimostrano come il memoriale di Margherita sia solo parzialmente attendibile. E con tale consapevolezza deve essere letto. Anche se – avverte opportunamente De Robertis – <riveste un’importanza eccezionale anche dal punto di vista storico, perché oltre a fornire un racconto spesso a tinte fosche della quotidianità di Mussolini, della sua famiglia e dei gerarchi più in vista, procura anche alcuni retroscena politici di cui solo la Sarfatti era a conoscenza. Uno dei più significativi riguarda il ruolo di Vittorio Emanuele III all’indomani del celebre discorso mussoliniano del 3 gennaio 1925, quello a cui si fa ascrivere la nascita della dittatura, quando in parlamento il capo del governo annunciò che «entro 48 ora tutto sarà chiarito>. <Ricordiamo – spiega De Robertis – che i primi giorni del 1925 furono un passaggio chiave, perché con un abile colpo di mano di cui in quella fase era capace, Mussolini riuscì in pochissimi giorni a passare da una situazione di estrema debolezza quando molti lo vedevano ormai spacciato a uno scenario opposto in cui purtroppo sbaragliò le opposizioni e si dimostrò padrone del campo>.
<Secondo quanto rivelato dalla Sarfatti, la mattina successiva al discorso alla Camera, Mussolini si recò al Quirinale con il decreto di scioglimento del parlamento e di arresto immediato dei capi dell’opposizione – più o meno quello che accadde quasi due anni dopo con le leggi fascistissime – ma che il Re non volle firmare. Margherita racconta di uno scontro durissimo tra i due, dal quale però Mussolini uscì per il momento sconfitto. Una volta tornato a palazzo Chigi, il Duce convocò Margherita con la quale sfogò tutta la propria rabbia. Un particolare di non poco conto che certo non rivaluta la figura di Vittorio Emanuele ma che ci aiuta a comprendere quali fossero le esatte dinamiche tra Corona e governo in questa prima fase della dittatura>.
Questo non è un dettaglio, è storia.
Margherita G. Sarfatti, È colpa mia. Mussolini come l’ho conosciuto, a cura di Pierfrancesco De Robertis, Paesi Edizioni, Roma 2026
“È colpa mia”, il memoriale di Margherita Sarfatti 80 anni dopo

