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Alla ricerca dell’energia perduta e del coraggio che non c’è

Marzo 10, 20220
In questa situazione di estrema emergenza, umanitaria innanzitutto, dare consigli alla politica, di governo o di opposizione, sarebbe solo presunzione. La banalità è dietro l’angolo. Tuttavia l’aggressione russa (mi verrebbe da dire zarista, o sovietica) all’Ucraina, tra i tanti problemi, ne ha posto uno forse più centrale di altri. Problema pratico, non filosofico, ne’ etico. Riguarda tutta l’Europa occidentale ma soprattutto l’Italia. Lo sappiamo da sempre, ma abbiamo fatto finta di non vedere. L’abbiamo affrontato, si può dire, con mille sotterfugi. L’Italia è povera di materie prime, in particolare di quelle necessarie per produrre energia.
Facciamo qualche esempio? In Sardegna c’è una cittadina di nome Carbonia. Il nome dice tutto. Ma di carbone ne abbiamo ormai pochissimo. Molte miniere sono state chiuse perché improduttive. Ne rimane una nel Sulcis.
Anche di petrolio ne abbiamo poco, soprattutto in Sicilia e Basilicata. Alcuni giacimenti sono esauriti, altri non sono sfruttati perché danno fastidio. “Mai nel mio giardino” è il mantra che ci perseguita. Gas naturale ne avremmo, se non avessimo demonizzato i giacimenti sottomarini dell’Adriatico. Li sfruttano i croati.
Il nucleare l’abbiamo abbandonato da tempo. Ci basta importare l’energia elettrica, quando serve, prodotta col nucleare oltre confine, in Francia, in Slovenia… Però siamo affascinati dalla prospettiva delle auto elettriche, delle biciclette elettriche, persino dai monopattini elettrici. Che hanno bisogno di attaccarsi a una spina. Mai nel mio giardino. L’importante è che non si veda la centrale, il sito produttivo.
L’energia si produce anche con i rifiuti. Ma parlare di termovalorizzatori è quasi proibito. Meglio spedirli all’estero, i rifiuti, pagando, così l’energia la producono gli altri.
Le pale eoliche sono brutte. Non si devono vedere. In effetti belle non sono. Lo diventeranno forse per le prossime generazioni, come i mulini a vento sembrano oggi belli a noi.
La geotermia e’ poca cosa. Le maree sono oceaniche. Resta un po’ di idroelettrico. Funziona. Si potrebbe a fare di più, ma mai nel mio giardino.
Dunque siamo dipendenti dalle importazioni di petrolio e di gas, in una misura palesemente eccessiva rispetto alla prudenza del buon padre di famiglia, come si sarebbe detto una volta.
Vale per tante materie prime, che non abbiamo. C’è nel Lazio un paese che si chiama Allumiere. Ma le miniere sono esaurite da tempo e l’alluminio lo importiamo dalla Russia. Come il grano tenero, peraltro. E il granturco. E tanto altro.
Ma restiamo alla produzione di energia. Ci sarebbe il solare. Ma anche i pannelli solari sono brutti. I campi fotovoltaici devono essere nascosti, quasi invisibili.
Per cambiare questo stato di cose, nei limiti dell’umanamente possibile, non ci voglio tre giorni né tre mesi, ma anni. Onestamente la politica se ne sta ora preoccupando. E non possiamo colpevolizzare chi oggi sta in Parlamento e/o al governo per errori commessi nei decenni scorsi. In fondo è anche colpa nostra, perché ci siamo illusi e abbiamo tollerato.
Tuttavia, anche in questo momento, non matura una riflessione seria.
Faccio l’esempio dei pannelli solari, gran parte dei quali peraltro importiamo dalla Cina. Con un decreto il governo ha “liberalizzato” l’installazione. Meno burocrazia, più rapidità. Ma sono stati esclusi i centri storici.
Dunque chi abita, lavora, produce nei centri storici dovrà continuare a riscaldarsi con il gas o il gasolio. Certo, i pannelli solari sui tetti medievali non sono belli. Ma siccome l’Italia è piena di città, piccole e grandi, di paesi, di borghi storici, il problema si pone. Perché se l’energia costerà nei centri storici il doppio che nelle periferie, è fatale che il patrimonio architettonico, che è la nostra cultura, la nostra bellezza, sarà abbandonato. Città e paesi diventeranno siti archeologici. Ciò che è memoria viva diventerà morte diffusa. Un deserto. Alcuni siti saranno una sorta di parchi a tema. Un po’ di turisti e via. Gli altri moriranno, anche rapidamente. Lo spopolamento dei centri storici è già in atto, da anni, proprio perché è difficile e costoso ristrutturare, modernizzare, aprire una porta, una finestra, un abbaino, un garage. Sarà peggio, molto peggio.
Perché nella fretta a questo non si è pensato? Perché tutto ciò che è tutelato dipende dalla soprintendenze. Le quali ragionano in termini, appunto, archeologici. Tutto deve essere fermo. Immobile. Stantio. Una bella cartolina, senza vita. Sarebbe proprio questo il momento per cambiare le regole. Norme accurate. Tutela del tutelabile. Niente scempi. Ma le nostre città vive possono diventare tutte Pompei? O Abu Simbel, o Petra?
Sarebbe il momento del coraggio con criterio. Ma non sono ottimista. Tema spinoso. Chi si assume politicamente la responsabilità di una iniziativa del genere, che smonterebbe la mortifera retorica dell’intoccabile? Capisco. Se sali su una torre medievale e guardi giù, i tetti decorati dai pannelli non ti piacciono. Peggio se li sorvoli in elicottero. È una scelta difficile. Tra la morte e la vita. Ci vorrebbe coraggio. I nostri centri storici sono la somma di interventi di varie epoche. Sull’etrusco è cresciuto il romano, poi il longobardo, il rinascimentale… Stratificazioni di culture. È questa la nostra bellezza. Quelle generazioni hanno avuto la forza di cambiare conservando e di conservare cambiando. E noi?

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