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Alpini, molestie, ipocrisie

Maggio 13, 20220

<Non hanno offeso nessuno>. Per questa improvvida e ingenua affermazione Sonia Alvisi, coordinatrice delle donne del Pd di Rimini, è stata costretta a dimettersi. Non mi sorprende. Non mi sorprende più niente. Ma qualche parola controvento voglio dirla. E non a difesa degli Alpini come categoria, né dei militari in genere o delle loro adunanze.

Da qualche parte credo di conservare ancora la mia prima e unica tessera di socio dell’UNUCI, l’Unione Nazionale Ufficiali in Congedo. Mi arrivò a casa qualche tempo dopo aver lasciato il servizio come Sottotenente di complemento di prima nomina nel 151esimo Reggimento di Fanteria Sassari, di stanza a Trieste. Con gli altri colleghi, in alta uniforme, sciarpa azzurra e sciabola, ero stato ricevuto dal colonnello comandate per i saluti di rito. La mia vita militare finiva lì. Salutai gli amici, i soldati del mio plotone, andai nel minuscolo appartamento che avevo affittato, radunai le mie cose nello zaino-borsone cachi e, in divisa, raggiunsi la stazione centrale. Tornai a Roma, a casa, un po’ spaesato. Cominciava un’altra vita, tutta da costruire. Arrivò la tessera, la riposi in un cassetto e non ci pensai più.

Ho imparato tanto e quello che ho imparato mi è servito nella vita. Ma fare l’ex non era da me. Resta sempre un po’ di nostalgia, certo. Della gioventù, soprattutto. Dei casini che abbiamo fatto. Di quanto abbiamo faticato divertendoci. Eppure non ho mai capito fino in fondo il senso del “cameratismo” che lega gli ex. Capisco poco le adunate. Ma perché mai dovrei criticarle? Ognuno ha le sue passioni. E queste sono innocue. Anzi, queste associazioni fanno molto volontariato.

Ho ripensato a tutto questo leggendo le cronache di quella riminese dell’Associazione Nazionale Alpini. Tante molestie, sembra. Donne offese con parole e, peggio, con palpamenti vari. Se è accaduto, e probabilmente è accaduto, non si può giustificare. Poi mi sono chiesto: ma noi, in divisa, per di più da ufficiale, molestavamo? Con i criteri oggi in voga forse sì. Se molestare significa fare una battuta, cercare un contatto, insomma “rimorchiare”, eravamo dei molestatori. Più o meno gentili. Talvolta cafoni. Anche se la cafonaggine non portava risultati. Dimostrava solo quanto eri timido e imbranato. E se lo eri, scattava il bullismo. Perché il bullismo esiste, sia tra uomini sia tra donne. Sia nell’ambiente militare – e io l’ho combattuto, per quanto ho potuto – sia a scuola, sia in qualsiasi tipo di aggregazione sociale, persino quelle religiose. Bullismo e violenza. Ma c’è un confine chiaro tra scherzo, goliardia, corteggiamento magari sguaiato e molestia. Se non ci fosse, se qualunque forma di approccio fosse catalogata come molestia, saremmo tutti morti. L’Italia è piena di figli, nipoti, pronipoti di amori nati tra soldati lontani da casa e ragazze incontrate durante la leva. Poi è anche piena di nostalgia per amori fugaci, nati e morti sulle rive triestine o dove volete voi. Amori, duraturi o evanescenti, nati da una battuta, da un fischio, da una birra o da una sigaretta offerta, da una mano buttata là. Rischiando lo schiaffo. O dopo quello schiaffo.

Tutto questo è il Male? E gli Alpini sono l’emblema del Male? Perché, che cosa credete che accadesse quando si occupavano scuole e università, ai concerti, nelle castigate feste casalinghe? O nelle spiagge. O nelle feste del santo/a patrono/a. O nelle balere romagnole. O nelle feste dell’Unità. Non ci si andava forse – ragazzi e ragazze – anche per “rimorchiare”?

Ogni tanto mi chiedo se l’ipocrisia abbia finito per dominare il genere umano. E se abbia un senso che si sparino titoli di giornale per cose del genere. Persino che una dirigente delle donne del Pd di Rimini sia costretta a dimettersi. E che una Alpina debba star lì a “difendere” gli ex commilitoni. Perché le cose sono molto semplici. Se trattasi di vera molestia, si cerchi il colpevole, lo si processi e lo si condanni. Forse imparerà l’educazione. Forse. Ma che c’entrano gli Alpini? Gli Alpini come categoria, intendo. Io ricordo vagamente che la responsabilità penale è personale, non collettiva.

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