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Un Craxi visionario e un Bergmann europeista nella rivista della Fondazione Spirito – De Felice

Giugno 6, 20220
Tre contributi di grande interesse nella rivista semestrale della Fondazione Ugo Spirito e Renzo De Felice (Annali 1/2022). Il primo è la riscoperta di un testo poco noto di Bettino Craxi. Curato da Andrea Spiri, si tratta del discorso che il segretario socialista tenne al Teatro Lirico di Milano il 9 febbraio del 1992. Si era all’apertura della campagna elettorale e Craxi fece un discorso molto polemico e di scenario. Ma pochi giorni dopo fu arrestato il presidente socialista del Pio Albergo Trivulzio, Mario Chiesa, e il senso di quel comizio venne travolto dagli eventi. Eppure, nota Spiri nella sua introduzione, fu  <un manifesto sul futuro che attende l’Italia, un compendio dei rischi e delle opportunità che si stagliano all’orizzonte, a cominciare dalla dinamica europea, entrata nella fase decisiva di un processo di integrazione che di lì a pochi giorni – con la firma del Trattato di Maastricht – avrebbe segnato l’avvio del percorso verso la moneta comune, e di un più ampio progetto unitario che, a giudizio del leader socialista, avrebbe dovuto poggiare non solo – o non esclusivamente – su criteri macroeconomici indifferenti di fronte alla valutazione dei costi sociali. E c’è pure, nell’intervento del 9 febbraio 1992, il richiamo alla necessità di guardare all’“altra Europa”, quella che si è liberata dal giogo del comunismo sovietico e bussa ore alla porta occidentale del continente, correndo il rischio di restare ancora separata e divisa non più dalla cortina di ferro, “ma dal muro del denaro”>. <A rileggerle ora – nota ancora Spiri -, le parole del leader suonano profetiche e angoscianti al tempo stesso: “C’è nell’aria un clima di incertezza e di confusione che non promette niente di buono». Sembra quasi di toccare con mano l’intensità del fronte del malessere e della rivolta antipartitocratica che serpeggia nel Paese, sembra già di udire l’eco dell’intervento pronunciato alla Camera cinque mesi dopo, il 3 luglio del ’92, quell’invocazione – accolta dal silenzio dell’Aula – a ricucire con gli strumenti della politica il tessuto democratico sfibrato dal “germe della demagogia”>. Da notare che Spiri – grande esperto del craxismo – ha appena pubblicato per Baldini+Castoldi un importante volume che fa chiarezza su alcuni aspetti della crisi di quegli anni: The end. 1992-1994. La fine della Prima Repubblica negli archivi segreti americani.

Di grande interesse è anche la pubblicazione di un discorso che Giulio Bergmann avrebbe dovuto pronunciare nel 1956 sull’ingresso dell’Italia nell’Onu. Avvocato e giurista, sfuggito alle leggi razziali, e rientrato a Milano dopo la guerra, Bergmann <prese ad occuparsi attivamente – scrive il curatore Matteo Antonio Napolitano -, al fianco di Ferruccio Parri e di altri protagonisti della scena politica, della ricostruzione italiana, da inserire nel solco delle nuove tendenze internazionali e sulla strada del radicamento democratico-liberale. Le battaglie vere e proprie iniziarono dalla Consulta nazionale per culminare in Senato con il Partito repubblicano e nelle nascenti istituzioni europee: l’Assemblea consultiva del Consiglio d’Europa e l’Assemblea ad hoc. L’europeismo fu un punto fermo dell’azione politica di Bergmann, già dal 1943-45. L’Europa doveva costituire, nell’acceso clima del bipolarismo, un terzo polo indipendente e autonomo sia da Washington che da Mosca, un polo capace di fornire stabilità dopo le divisioni e le violenze del secondo conflitto mondiale. All’organizzazione politica e istituzionale di matrice federalista doveva corrispondere un mercato integrato, privo di barriere protezionistiche e foriero di una sana competizione che fosse in grado di supportare e garantire prosperità, tramite l’insieme, a tutti i membri>. Bergmann morì il 5 marzo 1956, nel corso di una occasione pubblica, <precisamente le celebrazioni per l’ingresso dell’Italia nell’ONU, che si stavano tenendo quel pomeriggio a Palazzo Clerici, nella sede dell’Istituto per gli Studi di Politica Internazionale (ISPI)>. <Grazie alle carte dell’archivio storico dell’ISPI – spiega Napolitano – e all’impegno nel reperirle da parte di Paolo Andrea Bergmann – nipote dell’avvocato repubblicano –, ci restituiscono le parole che Giulio Bergmann aveva predisposto per l’intervento conclusivo di quella serata e che non riuscì mai a pronunciare. In realtà, il senatore lombardo – in qualità di presidente della sezione milanese della Società Italiana per l’Organizzazione Internazionale (SIOI) – aveva in programma due discorsi, il primo, introduttivo, venne regolarmente presentato alla platea dei presenti. Con la forza e la sicurezza dell’esperienza istituzionale maturata negli anni, Bergmann aveva redatto anche un secondo discorso, di natura conclusiva, nel quale erano presenti tutti gli elementi cardine della sua formazione politica: la necessità per l’Italia ricostruita di inserirsi a pieno titolo nei grandi consessi internazionali, riconoscendo l’opera di quanti spesero le loro migliori energie a tale scopo – richiamò, tra gli altri, Carlo Sforza e Alcide De Gasperi–; il monito nei confronti del rafforzamento unitario dell’Europa, non solo in senso economico, da rendere “terzo polo”, affiancato agli USA e al Commonwealth e pienamente autonomo rispetto alla competizione bipolare; e, non ultimo, l’approccio pragmatico del giurista che non voleva vedere ripetuti gli errori già commessi con la Società delle Nazioni nel primo dopoguerra, periodo vissuto da Bergmann con profonda partecipazione e consapevolezza>. A un’attenta lettura, il riscorso mai pronunciato presenta elementi di grande attualità.

A cura di Cristina Baldassini, la rivista pubblica anche un interessante inedito del professore e collaboratore del “Corriere della Sera” Vittorio Beonio-Brocchieri. Si tratta della “relazione sul viaggio compiuto tra comunità di italiani all’estero negli Stati Uniti, nelle Antille, nella Nuova Zelanda, nell’Australia”. La relazione, che riguarda soprattutto gli italiani residenti in quei paesi, frutto di un lungo viaggio nel primo semestre del 1937, fu trasmessa a Mussolini.

Negli Annali, anche gli atti del convegno Dante nella storia politica del Novecento italiano, tenutosi nel dicembre del 2021, con interventi di Fulvio Conti, Simonetta Bartolini, Matteo Antonio Napolitano, Rodolfo Sideri e Alessandra Cavaterra. Infine, accanto ad altri saggi e recensioni, una mia memoria sulla cultura della destra italiana negli anni Settanta (L’enigma Almirante).

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