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Educazione civica e retorica, tra fascismo e antifascismo

Giugno 14, 20220

A dispetto del titolo, questo non è un libro sul fascismo. Il titolo – la domanda posta da una studentessa liceale al termine di una conferenza – è solo lo spunto per una sofferta, persino amara, provocazione su un tema delicatissimo qual è lo stato della scuola di oggi. Nel tempo dei social, della “cultura” diffusa sul web, qual è la sua funzione? E, se è chiaro quale dovrebbe essere, risponde alla necessità del presente? Si potrebbe dire che Claudio Giunta la prenda “alla larga”. In realtà, scontato lo scopo di insegnare le materie curriculari, la scuola dovrebbe essere anche, se non soprattutto, “educazione”. Ed è appunto l’“educazione civica” il cuore della riflessione. Che prende il via da una analisi critica della legge del 2019 che ne ridisciplina l’insegnamento, fin dalle elementari, attribuendolo non a un docente, bensì a tutti i docenti, con il risultato di renderlo necessariamente volatile, nel tempo dedicato e nei contenuti. Perché i docenti sono persone normali, non onniscienti. Persone normali che <devono insegnare storia dai dinosauri a Berlusconi, letteratura da Omero a Calvino, in una stessa mattinata devono saltare dai paradigmi latini a Montesquieu. Il tutto, naturalmente, in mezzo a un labirinto di riunioni, test, udienze, gite d’istruzione, un’ordalia al termine della quale avanza a malapena il tempo non si dice per applicarsi d’emblée a una nuova disciplina qual è l’educazione civica progettata dal ministero, ma per ripassare l’argomento delle lezioni dell’indomani>. Era meglio, forse, l’affidamento della materia ai docenti di storia e filosofia, come era stato disposto nel 1958, sia pure, concretamente, con spazi marginali. Ma Giunta affronta soprattutto la questione centrale. Che cos’è l’educazione civica? In questo senso la domanda della studentessa come spunto è importante, perché non ottenne risposta. Il preside reagì con una sorta di predica e la chiuse lì. Sbagliando, <perché è sui concetti caldi che verte questa vecchia-nuova materia scolastica, dunque qui più che altrove si corre il rischio che la predica prenda il posto di un’acculturazione ampia, problematica e il più possibile obiettiva>. Concetti caldi, dalla Costituzione repubblicana antifascista alle regole della convivenza civile, e ad altro ancora. La studentessa avrebbe meritato una risposta. <Perché – avverte Giunta – può darsi che la sua nostalgia del fascismo sia fomentata da uno spirito di contrarietà simile a quello che animava me verso i quattordici anni. È probabile che non vorrebbe diventare una fascista intelligente, e senz’altro non lo avrebbe detto con tanto orgoglio davanti a tutti, se tanti altri non amassero presentarsi, anche a sproposito, con petulanza, come antifascisti intelligenti; è probabile che la sua aspirazione a un fascismo simbolico sia anche la reazione a un discorso pubblico, e soprattutto scolastico, monopolizzato non dai valori dell’antifascismo ma dalla retorica dell’antifascismo>. È – nota Giunta – <una retorica che dispiace anche a me>. Torna così d’attualità l’inascoltata ammonizione di Ignazio Silone: <Dopo esserci liberati dal fascismo, noi dobbiamo ora cercare di superare anche l’antifascismo>. Forse una educazione civica ben impostata potrebbe essere d’aiuto.

Claudio Giunta, “Ma se io volessi diventare una fascista intelligente?” L’educazione civica, la scuola, l’Italia, Rizzoli, Milano 2021

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