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Il saio del generale

Giugno 21, 20220

La timida sinossi in quarta di copertina non aiuta certo l’ignaro frequentatore di librerie a cogliere immediatamente la complessa specificità del caso che il volume – prefato dall’Ordinario Militare d’Italia – tratta con dovizia di informazioni, arricchite da un apparato documentario che comprende le fin qui inedite lettere di Gianfranco Chiti (1921-2004) all’amico cappellano Edgardo Fei. Lettere inviate «dopo la resa del suo battaglione il 5 maggio 1945 e il successivo internamento nei campi di Tombolo, Coltano e Laterina». Un caso noto da tempo, ma quasi esclusivamente grazie a pubblicazioni di area strettamente religiosa o combattentistica. Nessuna omissione, naturalmente, nel volume dedicato alla vita di quello che è ricordato come il generale che si fece Cappuccino. Pur bonario, padre Chiti non l’avrebbe perdonata.

Nato per caso a Gignese (Verbania), ma pesarese d’origine, fin da giovanissimo ebbe due vocazioni apparentemente inconciliabili: quella militare e quella religiosa. Non è dunque una conversione tardiva quella che nel 1978, lasciato il servizio con il grado di Generale di Brigata, lo vede uscire dal comando della Scuola Allievi Sottufficiali dell’Esercito adagiata sui contrafforti Cimini per indossare il saio da frate nel convento di Rieti, eprendere i voti quattro anni dopo. Gianfranco Chiti è fin da giovane insieme uomo di armi e di fede. Nel 1938 si arruola volontario. Nel 1939 entra nell’Accademia di Modena e ne esce due anni dopo, con l’Italia ormai in guerra, sottotenente dei Granatieri di Sardegna del III Reggimento di stanza a Viterbo. Impiegato in Dalmazia, nel Quinto Corpo d’Armata, nell’aprile del 1942 parte per il fronte russo al comando di una compagnia. Ne rientra, ferito e decorato di medaglia di bronzo, il 12 maggio del 1943, in tempo per vivere in Patria lo sbarco alleato in Sicilia, il tracollo del regime, l’intermezzo badogliano e il cambio di fronte con l’armistizio.
L’8 settembre è a Bagnoregio e assiste al liquefarsi del suo battaglione. Con i pochi soldati rimasti si dà alla macchia, finché decide di rientrare in servizio nella ormai costituita Rsi. Ed è per questo che, il 5 maggio del 1945 viene internato. Nonostante abbia fatto il possibile per evitare, in Piemonte, stragi di partigiani, e abbia salvato dalla deportazione, tra le altre, la famiglia dell’ebreo Giulio Segre. Per questo sarà riconosciuto “giusto” dalla Comunità ebraica torinese. Soldato, eroico, “repubblichino”, credente e praticante, viene epurato e poi riammesso in servizio solo nel 1948. Gli toccheranno cinque anni in Somalia, durante il mandato fiduciario dell’Onu. Ancora istruttore degli ufficiali somali alla Scuola di Fanteria. Infine il ritorno al Reggimento. Mai un lamento. Solo servizio e fede alle due “divise”. A Orvieto, farà rinascere dai ruderi, con le sue mani e l’aiuto dei granatieri in congedo, il convento di San Crispino da Viterbo. Un esempio, in tutti i sensi. Nel cinquantenario della battaglia di Porta San Paolo, l’11 settembre del 1993, nel raduno dei Granatieri, pronunciò, dal Sagrato di Santa Croce in Gerusalemme, un discorso che dice tutto della sua vita e dei suoi valori: «8 settembre 1943: è la data del crollo di un regno, del crollo di uno Stato. […] È una data cui dobbiamo instancabilmente rifarci sentendoci tutti figli di quell’8 settembre del ’43. Più che irreparabile Caporetto, è l’inizio di un tra- vaglio formativo dell’Italia Nuova, nella quale abbondano sacrificio e dolore, ma anche una vivace e tenace speranza di far crescere e ricomporre la nazione. […] La Patria e i suoi Caduti che ricordiamo, ci esortano soprattutto a riunire i Caduti delle due parti della guerra civile: non più Caduti da onorare e Caduti da dimenticare, per gli uni e per gli altri si riconosca la dedizione alla Patria».
Padre Chiti è morto il 20 novembre del 2004 all’Ospedale militare del Celio in Roma. La salma fu rivestita con la divisa da Granatiere e, sopra di essa, con il saio da Cappuccino, sul quale sono stati appuntati gli alamari. Il 30 aprile 2019 si è chiuso positivamente a Orvieto il processo diocesano di beatificazione avviato quattro anni prima. Si attende, naturalmente, l’esito finale. Che in ogni caso non cambierà il giudizio su un italiano esemplare.

 

Rinaldo Cordovani, Gianfranco Chiti. Lettere dalla prigionia (1945), prefazione di mons. Santo Marcianò, Ares, Milano 2019.

Nella foto in evidenza Gianfranco Chiti con l’amico fraterno Stefano Rossi, mio padre. Orvieto, convento di San Crispino, settembre 2000.

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