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Ius scholae? Una “guerra” sbagliata

Luglio 3, 20220

Da sempre credo che sia sbagliato affrontare problemi complessi come se si andasse alla guerra. I buoni contro i cattivi. Entrambi gli schieramenti, l’un contro l’altro armati, ritengono ovviamente di essere nel giusto, e dunque “buoni”. È una fesseria. Come è una fesseria pretendere, in questo scorcio di legislatura, di varare una modifica della legge sulla cittadinanza, legandola peraltro alla proposta di legalizzare le droghe cosiddette “leggere”. Un’altra fesseria, questa volta nel merito. Che in certi ambienti scorrano fiumi di cocaina lo sappiamo tutti. E dico cocaina per dirne una… Questo non significa che si debba dichiarare legittimo qualunque comportamento umano dannoso per l’individuo e per la società. Lo fanno tutti non è un ragionamento.

La questione della cittadinanza è di ben altro tenore. Ma anch’essa è molto complessa. A dimostrarlo basta il fatto che le regole sono diversissime da Paese a Paese, e non ce n’è una che prevalga sulle altre. Se guardiamo all’Unione Europea, metà degli Stati ha regole più rigide di quelle italiane e l’altra metà meno rigide. Se vogliamo guardare agli Stati Uniti, tirati sempre in ballo per lo Ius soli – che è normale per la loro storia – dovremmo ricordare che tra i requisiti per essere eletti presidente c’è non solo l’essere cittadini dalla nascita, ma anche la condizione di aver vissuto in America per 14 anni di seguito. Cioè, sei cittadino dalla nascita, ma sei sempre vissuto a Roma? Non puoi diventare presidente. Se sei diventato cittadino, magari a due anni, per immigrazione, non puoi. Potrà tuo figlio nativo americano. Sembra un paradosso per un Paese che è figlio dell’immigrazione, eppure è così. Due cittadini non sono esattamente uguali.

Questione complessa, dunque. Molto complessa.

Anche se è molto abusato e spesso travisato, io amo la definizione di Ernest Renan: <La Nazione è una grande solidarietà, un plebiscito che si rinnova ogni giorno e che si fonda sulla dimensione dei sacrifici compiuti e di quelli che ancora siamo disposti a compiere>. Non è detto che nascere italiano – per ius sanguinis o, eventualmente, per ius soli – significhi essere un buon italiano. Alcuni automatismi, per un verso o per l’altro, sono indispensabili, ma non garantiscono nulla. Penso però che si possa diventare italiani, o francesi, o inglesi, o giapponesi… A prescindere dalle origini. Se lo si vuole. Sul serio. Non è una questione etnica. In Italia, poi… Dove siamo discendenti da chiunque, come molti popoli.

La paura della “sostituzione etnica” è folle. Se ci pensiamo bene, “sostituzione etnica” fu quella europea nell’America del Nord e in Australia. Non esattamente in America Latina. Comunque la Patria si sceglie. Ogni giorno. Noi abbiamo deciso di concedere la cittadinanza per naturalizzazione anche ai nipoti – per esempio – di cittadini argentini nati in Italia, ma devono risiedere in Italia per tre anni. Giusto? Sbagliato? Molto spesso sono solo nipoti che vogliono fuggire da situazioni di povertà. Intorno alla loro italianità si è fatta e si fa molta retorica. Si è narrato che il loro legame con la terra degli avi sia fortissimo. Ne dubito, anche per gli italo-americani. È un legame sentimentale, nulla di più.

Tanti anni fa, sul lungomare della splendida Cartagena de Indias, un gruppetto di argentini in vacanza, sentendomi parlare italiano, mi ha avvicinato e mi ha chiesto da dove venissi. Parlavano ovviamente in spagnolo e il colloquio non era sciolto. Ma spiegavano di dove erano originari i nonni, talvolta i bisnonni. Veneti, abruzzesi, un po’ di tutto… A un certo punto chiesi a una signora: ma lei si sente italiana o argentina? Così, per capire. Mi guardò, sorpresa, e rispose seccamente: <arghentìna!>, come se l’avessi offesa. Ho capito. La Nazione è un plebiscito che si rinnova ogni giorno… Capita anche, invece, magari in Africa, di incontrare italiani che vivono lì da trent’anni, anche quaranta, da sempre. Magari ci sono anche nati. Ma alla domanda rispondono, seccati: <io sono italiano>.

Ecco, per essere italiano o qualunque altra cosa, devi volerlo. Devi amare la tua Patria scelta, anche se sei nato in Nigeria. Devi conoscerne la storia, la cultura, il suo bello e il suo pessimo. Devi sapere che ci sono buoni italiani e ladri, malfattori, mafiosi, truffatori, assassini. Dei quali io farei volentieri a meno, ma non posso togliergli la cittadinanza naturale. Purtroppo l’ostracismo ateniese non si applica più. Anche perché non se li prenderebbe nessuno, neppure a termine.
Devi essere pronto a difenderla, e anche a morire per la tua Patria. Non può essere sono una casualità o una questione di interesse.

Per questo credo che la gestione dell’immigrazione sia stata nell’ultimo mezzo secolo radicalmente errata. Non frutto di una strategia politica e culturale, ma del caso, delle emergenze. E dalle convenienze politiche, vere o presunte. C’è stato un momento in cui andava per la maggiore l’idea di concedere il voto amministrativo agli immigrati non cittadini ma residenti. Pura retorica buonista. Avremmo avuto le liste etniche.
Da sempre credo che si dovesse scegliere, non solo accogliere chiunque venisse disperato e illuso, con i barconi dei trafficanti di esseri umani. Quella è carità. Doverosa, ma non c’entra nulla con la cittadinanza.

Una piccola storia. Ho frequentato per anni – a Roma – una famiglia indiana, peraltro di religione cattolica. Immigrati. Con l’aereo, non con un barcone. Come capitava agli emigranti italiani, chiamati dai parenti. Lavoro regolare, risparmi, padre, madre, due figli nati a Roma. Secondo regola hanno chiesto e ottenuto la cittadinanza. Abbiamo anche festeggiato. I bambini andavano a scuola, in parrocchia, alla messa sempre in prima fila. Sono cresciuti. Ormai erano alle medie. Un giorno il padre decide che è meglio andare in Inghilterra, dove li chiamavano altri parenti. Credeva che i figli avrebbero trovato migliori occasioni per la loro vita futura, magari in America. La moglie non avrebbe voluto. I figli, una ragazzina e un ragazzino, piangevano. Ma sono partiti. Mi è dispiaciuto, anche se gli ho augurato buona vita. Il padre era diventato cittadino, ma non per scelta, solo per presunta necessità. Cittadino, non italiano. E l’italiano lo parlava a stento, al contrario dei figli. Allo stesso modo, probabilmente, diventerà cittadino inglese, restando orgogliosamente indiano. Forse, i figli…

In realtà a quella famiglia non mancava nulla. La cittadinanza era solo un di più burocratico. Nessun servizio pubblico le era negato. E allora, perché questa battaglia sullo Ius scholae? Che senso ha, a parte la bandierina ideologica? Resta la questione della scelta volontaria. Puoi vivere qui, se rispetti le leggi e paghi le tasse. Diventare italiano non è obbligatorio. Lo devi volere. Non dico meritare. Tanti italiani non meritano. Dico volere. Nascere o vivere per caso in un luogo non ti fa cittadino.

E mi viene in mente un caso antico. Quello di Giorgio Nelson Page. Nato a Roma nel 1906, da padre americano, e da madre italiana. Il padre visse sempre a Roma, parte della comunità americana, e a Roma è sepolto, da americano. Giorgio andò in America, per riscoprire le radici familiari. Ma tornò e, nel 1933, scelse di diventare esclusivamente e definitivamente italiano.

La questione è complessa. Molto complessa.

Allora che senso ha cambiare le regole attuali? Nascere in Italia può essere solo una casualità. Arrivarci da bambini, in qualunque modo, è ancora una casualità. Questi bambini devono andare a scuola. Come tutti. A 18 anni, da maggiorenni, sceglieranno se essere italiani o no. Loro, non i genitori. Consapevolmente, non per un presunto interesse. E non mi si venga a dire che – non cittadini – non posso indossare la maglia azzurra alle Olimpiadi. Quello interessa, per qualche campioncino, ai dirigenti delle Federazioni Sportive. Per qualche campioncino, non per tutti. Meno ipocrisie, cortesemente.

Nel frattempo, magari, vediamo di far vivere gli immigrati di lungo corso decentemente e non in baracche, per usarli come nuovi schiavi nella raccolta dei pomodori. Ma, già, questo è più difficile. E non porta voti.

 

 

 

 

 

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