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6 giorni all’alba

Settembre 19, 20220

L’estate sta finendo. E anche la campagna elettorale. Un po’ sgangherata, in verità. Ma necessaria quanto inevitabile. Qualcuno ha anche teorizzato che votare all’inizio dell’autunno, a scuole appena riaperte, fosse sbagliato in sé. Come se i problemi della scuola dipendessero da due giorni di lezione in più o in meno… Nel 2013 si votò a fine febbraio e non è morto nessuno. Cent’anni prima, nel 1913, si votò, in due turni, tra fine ottobre e fine novembre. E non morì nessuno.

Dietro la critica alla data sbagliata, si celava l’idea che proprio non si dovesse votare, se non a fine maggio 2023. Per non interrompere il lavoro di un governo tecnico-politico multicolore d’emergenza. Più tecnico che politico, per essere onesti. C’è la crisi, c’è la guerra, c’è la pandemia… Meglio i tecnici dei politici… Con tutto il mio rispetto per Draghi, per Monti (pochissimo), per Dini (ancor meno), per Ciampi alla memoria, e nonostante il dibattito filosofico sulla tecnocrazia, io preferisco un governo politico. Con ministri politici. Magari competenti. Ma non credo che un ottimo chirurgo sia il migliore ministro della Salute possibile. Salvo rare eccezioni, il tecnico, lo scienziato, ha per sua natura una visione profonda ma ristretta delle cose. Il politico la deve avere larga. Consulterà gli esperti, ma a lui, politico, tocca la sintesi, la scelta tra due, tre, quattro modelli possibili, nell’interesse generale. È possibile che un tecnico sia anche un politico,  ben venga, ma è un’eccezione. Rara.

Di conseguenza, credo che fosse necessario e urgente chiudere una legislatura nata male. E spero che domenica escano dalle urne un voto chiaro e una maggioranza politica coesa. Sappiamo che andremo a votare con una legge elettorale pessima, pensata a tavolino con l’obiettivo di non far vincere o perdere veramente nessuno. Vittoria dimezzata, sconfitta dimezzata. E poi si balla. Ecco, spero di no.

Sappiamo che entrambe le coalizioni non sono in realtà totalmente coese sui programmi. Sia nel centrosinistra sia nel centrodestra. Può essere un problema. Sicuramente lo è. Ma è anche normale che sia così. Anche nei sistemi abituati al bipolarismo più o meno perfetto le forze politiche non sono monolitiche al loro interno. I democratici americani non sono tutti uguali, men che meno i repubblicani. E così in Gran Bretagna i laburisti e i conservatori. Comprendono sensibilità e culture diverse, ma lontane da quelle degli avversari. Monolitici sono solo i partiti “personali”, e fino a un certo punto.

Persino i nostalgici della Prima Repubblica sanno perfettamente che solo il PCI del “centralismo democratico” lo era, e anch’esso non del tutto. La Dc era sì formalmente un partito, con un forte tasso di democrazia interna. Ma sotto il profilo culturale era una somma di tendenze diverse, un arcipelago di posizioni, che si traducevano in correnti organizzate. Come il PSI, il PLI, il PRI, il PSDI, il MSI. Dunque, facciamocene una ragione. Le coalizioni di oggi non sono una stranezza, né semplici cartelli elettorali. Chi vincerà, dovrà trovare una sintesi all’interno di un perimetro coerente. Se non lo trovasse, certificherebbe il suo fallimento e dovrebbe passare la mano. Anche a costo di tornare alle urne sei mesi dopo.

Non è stata una bella campagna elettorale, anche se – al di là dei sondaggi che segnalano una persistente tendenza all’astensione – mi sembra che sia stata caratterizzata da una partecipazione più ampia rispetto al recente passato. Partecipazione anche fisica. Sembrano tornati in auge persino i comizi, mentre i social imperversano. Ne sono stupito e lo trovo positivo. Non per nostalgia. Ma perché muoversi da casa e raggiungere una piazza è segno di interesse, della volontà di giudicare de visu. La democrazia, per funzionare sul serio, ha bisogno della partecipazione. Libera, consapevole, non irregimentata. Ha bisogno del consenso e del dissenso. Non ha bisogno di trasformare le elezioni in una ordalia.
Eppure, anche questa volta, si è tentato di opporre il Bene al Male, chiamando in causa stucchevolmente un retorico quanto inesistente “fascismo eterno”. Pur auspicando – naturalmente – la sconfitta del centrodestra, persino Romano Prodi ha obiettato in una intervista a “Repubblica”: <Qualcuno incautamente fa il paragone con regimi del passato, ma qui non siamo alla marcia su Roma, il problema della democrazia compiuta è molto più complesso di un tempo>. Già, complesso. Molto. Come il rapporto con l’Unione Europea.

Io sono un europeista convinto. Vorrei un’Europa unita, democratica e sovrana, capace di confrontarsi ed eventualmente competere con le altre potenze mondiali. Non è così. Forse, un giorno… Per ora l’Europa è un patto tra Stati sovrani, con storie diverse, alcuni interessi comuni e altri divergenti. Questa Europa a metà, in gran parte dipendente dal potere di veto dei singoli Stati, è una grande potenza economica e niente di più. Non voglio rinunciarci. E credo che gli inglesi abbiano sbagliato ad andarsene, rifugiandosi in fondo nella nostalgia imperiale. Ma, quando leggo che a Bruxelles si teme che in Italia… mi chiedo sempre che cosa voglia dire. Chi, a Bruxelles, teme? I funzionari della Commissione? Gli Stati membri? Quali Stati membri? In realtà sappiamo che ciascuno, Italia compresa, cerca di difendere i propri interessi e le decisioni collettive sono frutto di trattative serrate, condotte col pugnale in mano. Come stanno facendo gli olandesi con il mercato virtuale del gas.
Ma voglio fare un esempio più banale, la direttiva Bolkestein da applicare ai balneari. In teoria è corretta. La concorrenza è positiva e necessaria. Ma è evidente che, se si passa alle gare, si deve contestualmente prevedere un risarcimento adeguato per chi le perde. Dietro quegli stabilimenti ci sono famiglie, lavoro di decenni. Non solo. Ci sono strutture alberghiere complesse che, se perdessero le gare per le concessioni, dovrebbero semplicemente chiudere. A meno di non pagare affitti iperbolici ai vincitori, che avrebbero il coltello dalla parte del manico. Il rischio è la desertificazione dei litorali e la morte del turismo balneare. Un turismo che, quanto a organizzazione e tradizione (con qualche lato oscuro, ammettiamolo), è essenzialmente italiano, un po’ spagnolo e molto meno greco. Facile, dall’Olanda, alzare la voce. L’Europa è larga, e ciascun paese ha interessi diversi, con equilibri delicati, socialmente, economicamente, politicamente. Pretendere che se ne tenga conto “a Bruxelles” è non solo legittimo, ma obbligatorio. Non c’è in ballo la sorte di una famiglia, ma quella dell’economia, visto che il turismo vale circa il 13% del Pil, e di questo circa il 20% deriva dal balneare. Quanto vale in Olanda?

 

 

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