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Scuola, merito, classismo… e Pasolini

Ottobre 31, 20220

Se penso alla scuola, mi vengono in mente cataste di banchi a rotelle mai utilizzati. Se ci ripenso, ricordo le proteste per qualche preside che, solitario, cerca di imporre un abbigliamento adeguato e il rispetto per i docenti, e prova persino a vietare i telefonini in classe. E ancora, penso a professori delle superiori desolati. E a docenti universitari disperati per tesine fitte di errori di sintassi.

Infine ricordo la mia scuola, il mio liceo scientifico romano. Forse la crisi non cominciò in quegli anni a cavallo del 1970, ma certo si aggravò. Onestamente ho sempre ammesso che la mia laurea vale molto meno del liceo dei miei nonni. Decisamente meno. Mi si obietterà che quel liceo di fine Ottocento era per pochi. Vero. Ma…

Da qualche giorno molto si discute, con scandalo, del nuovo nome del Ministero affidato a Giuseppe Valditara. L’avrò incrociato qualche volta, ma essenzialmente non lo conosco. So che gli è capitato tra capo e collo un impegno superiore alle forze di un comune mortale, per quanto colto. Perché la polemica è subito esplosa per quel “merito” aggiunto a “istruzione”. Merito? Che cosa vuol dire questa parola oscura? Siamo matti? Anzi, la Meloni è matta? Vogliamo tornare all’Ottocento? E l’uguaglianza dove la mettiamo?

Ho seguito un po’ il dibattito. E ho trovato alcune idiozie, ma anche alcune riflessioni interessanti. Giorni fa sul “Corriere” Ernesto Galli della Loggia scriveva: <La verità è che la scuola italiana non è una scuola dell’eguaglianza proprio perché non è una scuola del merito. Perché da due o tre decenni tutti i fenomeni detti sopra e di conseguenza la grande disparità qualitativa dell’istruzione impartita agli studenti da regione a regione, da sezione a sezione del medesimo istituto, sono di fatto occultati dal generale orientamento alla promozione generale finale. Perché la diseguaglianza territoriale e classista viene nascosta dietro la cortina fumogena dell’ormai ridicolo rito estivo di esami di licenza finale che dalle Alpi al Lilibeo vedono percentuali di promossi regolarmente intorno al cento per cento. Tanto ci penserà poi il potere sociale delle singole famiglie a ristabilire le distanze e a mettere le cose a posto>.

Oggi, sempre sul “Corriere”, è intervenuto Angelo Panebianco: <Coloro che fingono di preoccuparsi degli alunni economicamente e socialmente svantaggiati sono in realtà i loro peggiori nemici. Un giovane di famiglia benestante se la caverà comunque anche se non ha frequentato una scuola di qualità. Un giovane che proviene da ambienti disagiati può migliorare la sua sorte solo se frequenta una scuola che lo obblighi a coltivare gli studi con la fatica, la disciplina e l’impegno necessari. In un posto dove il merito è secondario, nessuno è incentivato a studiare duramente. E le possibilità di ascesa sociale si bloccano. I vecchi comunisti questa cosa la capivano benissimo. Pare che non sia il caso di ampia parte della sinistra ufficiale di oggi>.

Non sono così convinto sui vecchi comunisti. Certo, se ne ragionava, a quei tempi. Lo dimostra un altro articolo del “Corriere”. Non di oggi, né di ieri. Uscì il 18 ottobre 1975. S’intitolava “Aboliamo la tv e la scuola dell’obbligo”. Era firmato da Pier Paolo Pasolini. Fu il suo ultimo articolo. Il 2 novembre successivo fu ucciso.

Pasolini s’interrogava sulla violenza giovanile. Il 30 settembre c’era stata l’aberrante strage del Circeo. Ma, ricordava, il 31 agosto c’era stata quella dei fratelli Carlino. Cronaca brutalmente nera, ma che a suo parere era trasversale alle categorie sociali. Piccoli borghesi e proletari erano capaci di esprimere identica violenza. Il ragionamento era un po’ contorto, ma veritiero. Pasolini ne ricavava un amaro paradosso.

<Quali sono – scriveva – le mie due modeste proposte per eliminare la criminalità? Sono due proposte swiftiane, come la loro definizione umoristica non si cura minimamente di nascondere.
1) Abolire immediatamente la scuola media dell’obbligo.
2) Abolire immediatamente la televisione. Quanto agli insegnanti e agli impiegati della televisione possono anche non essere mangiati, come suggerirebbe Swift: ma semplicemente possono essere messi sotto cassa integrazione.
La scuola d’obbligo è una scuola di iniziazione alla qualità di vita piccolo borghese: vi si insegnano delle cose inutili, stupide, false, moralistiche, anche nei casi migliori (cioè quando si invita adulatoriamente ad applicare la falsa democraticità dell’autogestione, del decentramento ecc.: tutto un imbroglio). Inoltre una nozione è dinamica solo se include la propria espansione e approfondimento: imparare un po’ di storia ha senso solo se si proietta nel futuro la possibilità di una reale cultura storica. Altrimenti, le nozioni marciscono: nascono morte, non avendo futuro, e la loro funzione dunque altro non è che creare, col loro insieme, un piccolo borghese schiavo al posto di un proletario o di un sottoproletario libero (cioè appartenente a un’altra cultura, che lo lascia vergine a capire eventualmente nuove cose reali, mentre è ben chiaro che chi ha fatto la scuola d’obbligo è prigioniero del proprio infimo cerchio di sapere, e si scandalizza di fronte ad ogni novità). Una buona quinta elementare basta oggi in Italia a un operaio e a suo figlio. Illuderlo di un avanzamento che è una degradazione è delittuoso: perché lo rende: primo, presuntuoso (a causa di quelle due miserabili cose che ha imparato); secondo (e spesso contemporaneamente), angosciamente frustrato, perché quelle due cose che ha imparato altro non gli procurano che la coscienza della propria ignoranza. Certo arrivare fino all’ottava classe anziché alla quinta, o meglio, arrivare alla quindicesima classe, sarebbe, per me, come per tutti, l’optimum, suppongo. Ma poiché oggi in Italia la scuola d’obbligo è esattamente come io l’ho descritta (e mi angoscia letteralmente l’idea che vi venga aggiunta una “educazione sessuale”, magari così come la intende lo stesso “Paese Sera”), è meglio abolirla in attesa di tempi migliori: cioè di un altro sviluppo. (E’ questo il nodo della questione)>. Ragionamento complesso, ammettiamolo. Una provocazione, più che altro. Ma forse da lì bisognerebbe ricominciare. Interrogandosi sull’uguaglianza e sul classismo concreto. Perché così non funziona.

Al “Corriere” che gli chiede il perché del “merito”, il ministro Valditara oggi risponde:  <Perché la scuola oggi è una scuola classista. Non è la scuola dell’eguaglianza e non aiuta i ragazzi a realizzarsi costruendosi una soddisfacente vita adulta. La dispersione è al 12,7 per cento, se aggiungiamo quella implicita (cioè di chi ha il diploma ma non le competenze minime), sale ad un preoccupante 20 per cento. Tutto questo dentro un divario di apprendimento tra i territori. Come ha scritto sul Corriere Ernesto Galli Della Loggia, “non è una scuola dell’eguaglianza perché non è una scuola del merito”. Parte da questa consapevolezza la sfida del merito, che dà sostanza alla parola Istruzione>.

E ha aggiunto: <Guardare al merito degli insegnanti significa riaffermare il loro alto ruolo sociale, strategico per lo sviluppo del Paese, riconoscendo anche economicamente impegno e competenza. Mi batterò perché quella del docente torni a essere una figura autorevole, caratterizzata dal rispetto, dalla dignità e dal decoro. Dobbiamo anche prevedere misure efficaci per tutelare l’autorevolezza degli insegnanti e la serenità del loro lavoro, riscoprendo negli studenti l’educazione alla cittadinanza: la scuola del merito deve educare all’impegno e alla responsabilità e deve pretenderli>.

Basterà una parola per imboccare la strada giusta? Naturalmente no. Ricostruire su macerie stratificate da decenni è improbo. Certo non si fa in cinque minuti. Mi consola almeno che un’idea sana sia emersa. Anzi, due. Perché un docente mal pagato e non rispettato fatalmente allargherà le braccia. Pensando, silente: <ragazzi miei, fate un po’ come vi pare. La vita è vostra. Io ho già dato>.

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