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Fuochi di Francia

Luglio 2, 20230
La protesta per le pensioni a marzo

Era il 7 marzo 2023, cioè appena quattro mesi fa, quando 650mila francesi scesero in piazza per protestare contro la riforma che avrebbe dovuto elevare da 62 a 64 anni l’età pensionabile. La protesta è stata anche violenta. A noi 64 anni fanno sorridere, visto che in Italia, a parte casi particolari, lavori usuranti, ecc., si va a 67. Qualcuno si lamenta ma, insomma, ce ne facciamo una ragione. Sappiamo che, altrimenti, il sistema pensionistico salterebbe. E che i soldi non si trovano per strada.

Direte, ma che c’entra con la violenta protesta degli adolescenti per l’uccisione di un ragazzo minorenne – Nahel – senza patente fermato e poi ucciso da un poliziotto, subito incarcerato, per la verità. C’entra. Perché la Francia guidata da Macron è in piena crisi politica e sociale. Una crisi talmente grave che rischia di coinvolgere l’intera Europa occidentale, mentre a Oriente continua la guerra di aggressione russa contro l’Ucraina e non si riesce a vederne la fine.

Vista dall’Italia, la situazione francese non può che preoccupare. E vale poco essere contenti perché il nostro governo sembra tenere la barra dritta nell’affrontare questioni sociali ed economiche ereditate da decenni. A preoccupare, onestamente, è soprattutto l’incapacità della classe politica francese di dire la verità ai cittadini, e cittadini francesi sono anche i minorenni delle banlieues. Incapacità storica, in verità. Testimoniata anche da un residuo percepirsi come grande potenza, post-imperiale, dove il post per i francesi è quasi offensivo.

Pur amando la Francia, infatti, dà un po’ fastidio, per esempio, che insistano a considerarci i cugini poveri, un po’ sciamannati, e che siano nostalgici impenitenti di una Unione Europea a guida franco-tedesca. Forse dovrebbero guardare con più attenzione al loro giardino. Anzi, senza forse, perché il rischio che la destabilizzazione sociale francese coinvolga anche noi, e non solo noi, è concreto, non teorico. La protesta si è già allargata alla Svizzera e al Belgio. E potrebbe dilagare ovunque, mentre faticosamente ci stiamo riprendendo dalla pandemia.

Purtroppo, non è una partita a tressette. La situazione è serissima. E ha radici antiche. Ad ammetterlo, in grave ritardo, è l’ex premier socialista Manuel Valls, in una intervista al “Corriere della Sera”. Non so se a “Le Monde” direbbe le stesse cose. Peraltro Valls, politicamente parlando, conta nulla, è un fantasma del passato. Ma la sua analisi è corretta. E impietosa.

So che non si può pubblicarla integralmente. Una sintesi però si può riprendere. L’intervista del corrispondente Stefano Montefiori è pubblicata sul “Corriere” di oggi. Andrebbe letta tutta. Basta andare all’edicola. O aspettare domani.

Valls: «In Francia è in crisi l’autorità dello Stato»

La legge del 2017 che allargherebbe i casi in cui un poliziotto può sparare non va cambiata «perché si è limitata ad allineare le regole per la polizia a quelle all’epoca già in vigore per i gendarmi. L’abbiamo preparata e votata noi della sinistra rispondendo alle richieste dei poliziotti spesso minacciati da auto che non si fermano all’alt». Così al Corriere della Sera l’ex premier e ministro dell’Interno francese Manuel Valls. «L’agente – dice ancora – è stato subito incriminato e incarcerato. La morte di un ragazzo di 17 anni è un dramma. Ma quel minorenne non avrebbe dovuto trovarsi alla guida dell’auto, e non era la prima volta che guidava senza patente. Ora bisogna lasciare lavorare la giustizia». «È vero – ammette – c’è violenza nella società francese, forse più che altrove in Europa. La Francia è un Paese giacobino, verticale, dove lo Stato è molto forte. La crisi dell’autorità dello Stato porta a rimettere tutto in discussione». A questo si aggiunge che nelle banlieue «si sono concentrati gli immigrati e i loro discendenti, essenzialmente di origine africana. Parte di loro non si sono integrati, non si sono assimilati, non amano la Francia, le sue istituzioni, i suoi simboli». Non è però, secondo Valls, un tema di povertà: «È stato speso molto denaro, in quei quartieri. Nanterre non è una città povera. Il lavoro c’è». Piuttosto «sono crollate le grandi istituzioni politiche, il partito comunista, la chiesa, i sindacati, le grandi associazioni. Anche i sindaci non hanno più la forza che avevano vent’anni fa. E l’Islam ha preso un ruolo importante, forse eccessivo».

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