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Differenze

Aprile 6, 20220
Non amo le guerre di religione. Non sono un relativista. Sono cattolico, fedele al catechismo che ho imparato da bambino, soprattutto nel Mese Mariano, nella parrocchia romana dedicata a Santa Maria Stella Mattutina. So che ci sono tanti modi – tanti carismi – di essere cattolici, e/o di definirsi tali. Così come sono perfettamente consapevole dei disastri provocati nel corso dei secoli dallo scontro tra cristiani, e tra cristiani e fedeli di altre religioni. Religioni che rispetto. Fosse anche quella zoroastriana, per citarne una poco diffusa. Ciascuno ha la sua fede ed è giusto che la pratichi. Capisco le conversioni quando sono profondamente motivate, ma non le auspico. Il parroco di una volta non sarebbe d’accordo, ma se ne farà una ragione, spero in Paradiso. Ma mi spiegarono anche che, se non c’era una Chiesa cattolica a portata di mano, non è che Dio si sarebbe offeso se fossi entrato in una ortodossa, o in un tempio protestante, per farmi il segno della croce.
Storicamente le religioni hanno interagito con la politica, non solo ma forse soprattutto in caso di guerra. Lo sappiamo. Sul tema sono stati versati barili di inchiostro. Non è questa la sede per farne colare altro. Il tema della “guerra giusta” è stato fin troppo frequentato, purtroppo senza venirne a capo in modo definitivo. Resta aperta la questione fondamentale: il diritto a difendersi da una aggressione. Vale tra persone, vale tra popoli.
Quando si tratta di popoli, la questione si fa più complessa. E le parole del capo di una Chiesa pesano, molto, moltissimo. Papa Francesco ha detto parole di pace. È possibile che non ottengano risultati, ma le ha dette. Ha anche parlato con Kirill, il patriarca della Chiesa Ortodossa russa. Secondo le fonti vaticane, Francesco ha affermato che <La Chiesa non deve usare la lingua della politica, ma il linguaggio di Gesù>. Il Patriarcato ha rivelato che nella telefonata <le parti hanno sottolineato l’eccezionale importanza del processo negoziale in corso, esprimendo la loro speranza per il raggiungimento al più presto di una pace giusta>. La frase è naturalmente sottilmente equivoca. È evidente che, per Kirill, una pace giusta non prevede il ritiro russo dall’Ucraina. Piuttosto il ritorno dell’Ucraina – almeno in parte – nella sfera di influenza di Mosca. Che sarebbe – esattamente come va predicando Putin – il ripristino di un’antica e fatale unità tra il popolo russo dominante e quello ucraino dominato. Come si sa, parte della Chiesa ortodossa ucraina si è staccata dal Patriarcato russo, proclamandosi autocefala. Una frattura che Kirill interpreta con un un’offesa alle prerogative storiche del suo Patriarcato. Kirill si esprime dunque in termini strettamente politici, come è tradizione russa dai tempi degli Zar. La distinzione tra Chiesa e Stato, che nel mondo cattolico è stata conquistata a fatica, ma da tempo, in Russia non esiste. Chiesa e Stato sono due facce della stessa medaglia, con la Chiesa formalmente autonoma ma in realtà sottomessa.
Due giorni fa Kirill ha pronunciato un sermone alle Forze Armate. <Siamo un Paese che ama la pace – ha detto – e non abbiamo alcun desiderio di guerra>. Aggiungendo: <Ma amiamo la nostra Patria e saremo pronti a difenderla nel modo in cui solo i russi possono difendere il loro Paese>. Per Kirill <la maggior parte dei Paesi del mondo è ora sotto l’influenza colossale di una forza, che oggi, purtroppo, si oppone alla forza del nostro popolo. Allora dobbiamo essere anche molto forti. Quando dico “noi”, intendo, in primis, le forze armate ma non solo. Tutto il nostro popolo oggi deve svegliarsi>. Putin non avrebbe saputo esprimersi più chiaramente. L’aggressore è l’Occidente, l’Ucraina è un suo strumento, l’invasione è un atto difensivo. Nei fatti è un invito alla prosecuzione della guerra contro l’Ucraina fino alla vittoria. Ora, non possiamo dimenticare che – per fare un esempio – nel ’15-’18 fior di sacerdoti e vescovi cattolici italiani hanno inneggiato alla guerra e alla vittoria. Ma neppure possiamo dimenticare che il 1° agosto del 1917 Benedetto XV scrisse la “Lettera del Santo Padre ai capi dei popoli belligeranti”. Nella quale li pregava di riflette sulle sue proposte di pace, <per giungere così quanto prima alla cessazione di questa lotta tremenda, la quale, ogni giorno più, apparisce inutile strage>. Dispiace, ma tra il capo della Chiesa cattolica, ora come allora, e il capo della Chiesa ortodossa, c’è una differenza. Non sottile. Non so se i fedeli ortodossi russi ne siano consapevoli. Ma è improbabile che lo considerino un problema. L’unico istituto di sondaggi russo non statale, per ora, dà all’83% il gradimento di Putin dopo l’invasione. Non c’è da essere ottimisti. Anche se oggi il Papa ha voluto lanciare un messaggio al termine dell’udienza generale nell’Aula Paolo VI. Bergoglio, infatti, ha dispiegato e fatto vedere una bandiera ucraina arrivata dalla città martoriata di Bucha. Speriamo.

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