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Il triste balletto sulla legge elettorale

Maggio 3, 20220

Mette onestamente un po’ tristezza che in queste settimane si discuta di riforma della elegge elettorale. Lo si fa senza clamore, quasi di soppiatto, perché il clima è quello che è, tra una pandemia ancora non totalmente sconfitta e una guerra europea dagli sviluppi inimmaginabili. Tuttavia se ne discute. Quando mancano più o meno una decina di mesi allo scioglimento delle Camere. Ovviamente se ne discute sulla base dei sondaggi e delle possibili alleanze politiche. I sondaggi possono essere però fallaci, e spesso lo sono. Le alleanze son tutte da inventare, nell’intero arco politico. L’obiettivo, come d’uso, non è la tenuta del sistema, ma disegnare uno strumento che consenta da un lato, ai vincitori in pectore, di ottenere maggioranze parlamentari solide; dall’altro, ai perdenti altrettanto in pectore, di impedirlo e di limitare al massimo i danni. Aggiustare i sistemi elettorali non è una prerogativa italiana. Ma certo l’Italia, tra i paesi democratici, non è seconda a nessuno quanto ad ansia di “aggiustamenti”. La Russia, per dire, non fa testo. Putin ha facilmente ottenuto di poter essere eletto, dopo il 2024, per altri due mandati, fino al 2036.

L’ansia è aggravata dalla drastica riduzione del numero degli eletti, che saranno 400 alla Camera e 200 al Senato. Erano 630 e 315 prima della riforma del 2019, confermata dal referendum del 2020. Un salasso. Motivato? Sul sito del Dipartimento per le Riforme Istituzionali la riforma è ancora spiegata con un duplice obiettivo: <da un lato favorire un miglioramento del processo decisionale delle Camere per renderle più capaci di rispondere alle esigenze dei cittadini e dall’altro ridurre il costo della politica (con un risparmio stimato di circa 500 milioni di euro in una Legislatura)>. Sia chiaro, il referendum è stato dichiarato legittimo dalla Consulta. Ma sul suo esito non si poteva dubitare. È stato come chiedere ai cittadini se volessero pagare più o meno stipendi per parlamentari eletti da loro, eppure percepiti – spesso a torto – come privilegiati nullafacenti. Populismo demagogico allo stato puro. D’altra parte nessuno può pretendere che i cittadini siano in grado di riflettere a fondo sull’esiguità del risparmio. 500 milioni di euro sembrano un’enormità ma sono una virgola del bilancio dello Stato. E i benefici della contrazione, in termini di efficienza del Parlamento, sono tutti da dimostrare. Il dubbio è onestamente fondato.

Dalle strane e mutevoli alleanze politiche scaturite dalle elezioni del 2018 e dalla contrazione degli eletti nasce dunque la sotterranea fibrillazione attuale. Sotterranea perché, se fosse palese, in questa situazione, si rischiano i forconi.

Se si arrivasse a una nuova riforma, sarebbe la quinta dell’Italia repubblicana. Nel 1946 si votò con il sistema proporzionale classico. Nel 1953 De Gasperi promosse la cosiddetta “legge truffa”, che truffa non era. Prevedeva un ampio premio di maggioranza alla coalizione che avesse superato il 50 per cento dei suffragi. All’alleanza centrista mancò lo 0,2%, e la legge fu abrogata nel 1954. La cosiddetta Prima Repubblica sopravvisse con maggioranze variabili e governi balneari, fino alla spinta referendaria del 1992. Con il Mattarellum del 1993 si passò – e siamo nella cosiddetta Seconda Repubblica – a un sistema misto proporzionale/maggioritario. Nel 2005 si varò il Porcellum, un proporzionale corretto da un premio di maggioranza. Nel 2015 abortì l’Italicume si passò nel 2017 al Rosatellum. Prevede una quota di uninominale e una più ampia proporzionale. Non ha funzionato? Poco, per come sono andate le cose. Instabilità, maggioranze aritmetiche, tutt’altro che coese, infine un governo tecnico. Ma neppure il Padreterno può garantire che una riforma dia esiti migliori. Perché alla fine tutto dipende dalla capacità delle forze politiche di ottenere un vasto consenso su un programma, quale che sia.

L’unico sistema che dia qualche garanzia di governabilità – mai assoluta – è il maggioritario secco con collegi uninominali. Chi vince vince, chi perde perde. Ma non è di questo che si sta parlando in vertici semiclandestini. Si parla, piuttosto, di proporzionale con sbarramenti. E si torna ai sondaggi. Chi pensa di veleggiare intorno al 10% vorrebbe uno sbarramento al 5, e anche più. Chi naviga intorno al 5, vorrebbe il 3, meglio ancora il 2. Per questo son giorni tristi. E saranno probabilmente mesi tristi.

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