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Perché ripensare a Jan Palach

Giugno 20, 20220

Era un altro mondo, certo. Si era ancora in piena “guerra fredda”. Eppure, anche se l’impero sovietico è imploso, è difficile dimenticare quei tempi, mentre la Russia post-sovietica cerca militarmente di annientare l’Ucraina. Per tornare indietro, di decenni, e persino all’impero zarista. Tutto è cambiato, ma è difficile dimenticare i carri armati in Ungheria, e anche come è stata annientata la “primavera di Praga”.
Non è un romanzo, come suggerisce il sottotitolo, ma un docu-film in forma letteraria questo esile ma importante lavoro che l’autore dedica allo studente praghese suicida in piazza San Venceslao il 16 gennaio del 1969, mentre nella capitale cecoslovacca occupata dai carri armati del Patto di Varsavia sfioriva il sogno del socialismo dal volto umano di Alexander Dubček. A più di mezzo secolo di distanza il sacrificio di Jan Palach – la “torcia n. 1”, come firmò il suo coraggioso ma vano appello – non ha ottenuto il rilievo che avrebbe meritato, sia da parte della stampa sia da parte della storiografia. Tutto già scritto e già detto in questo lungo torno di tempo, in verità. Ma gli anniversari – questo libro è uscito nel 2019 – non servono soltanto a celebrare una memoria. Dovrebbero piuttosto essere colti come occasione di ulteriore studio, a beneficio di un paio di generazioni che poco sanno – al di fuori dell’accademia – di quella tragica stagione che vide mezza Europa dominata col pugno di ferro dal comunismo sovietico. E poco anche allora se ne volle sapere, in un’Italia che faticava a individuare una nuova direzione di marcia dopo il miracolo economico e stava per entrare negli “anni di piombo” con la strage di piazza Fontana del dicembre di quell’anno. Con un partito comunista alle prese con un difficile equilibrismo tra il sostegno al riformismo praghese e le pressioni di Mosca, il sacrificio di Jan Palach fu in qualche modo “adottato” solo da un settore del partito socialista, dai liberali e dalla destra monarchico-missina. E, controcorrente rispetto alla tendenza dominante, da un chansonnier emiliano in odore di anarchia. Come ricorda Maiorca, Francesco Guccini ebbe la sensibilità di cantare: «Quando la piazza fermò la sua vita/ sudava sangue la folla ferita,/ quando la fiamma con suo fumo nero/ lasciò la terra e si alzò verso il cielo,/ quando qualcuno ebbe tinta la mano,/ quando quel fumo si sparse lontano/ Jan Hus di nuovo sul rogo bruciava/ all’orizzonte del cielo di Praga». E chissà quanti capirono chi fosse il dimenticato “eretico” praghese. Eppure gli ussiti esistono ancora.

Un sacrificio inutile quello di Palach, come quello di molti studenti che ne seguirono il tragico esempio. Nel marzo del 1969 la “primavera” politica cecoslovacca termina con le dimissioni di Dubček. Solo dopo il crollo del Muro di Berlino e il crollo dell’Urss, nel 1991, lo studente riceverà gli onori pubblici del suo Paese. Ormai la geografia politica d’Europa era stata stravolta. Un docu-film cartaceo che certamente tocca la corda dell’emozione, questo volume, ma corredato da un apparato cronologico e bio-bibliografico che lo rende agevole contributo di informazione e comprensione. Tanto per non dimenticare. Perché la storia – l’Ucraina ce lo dice da mesi – può ripetersi, e non in forma di farsa.

Umberto Maiorca, Jan Palach e la primavera di Praga, Eclettica, Massa 2019

 

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