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Il “libro fotoscopico” di Angelo Fortunato Formíggini

Luglio 31, 20220

<Siamo ancora nel campo della libera fantasia. Ma è indubitato che il libro, come noi lo intendiamo, il libro che esce dalle stamperie e dalle case editrici odierne e quale è conservato da alcuni secoli nelle attuali biblioteche non sarà più concepibile in avvenire. Prima di tutto mancherà la materia prima su cui stampare e poi il libro d’oggi apparirà, col tempo, eccessivamente ingombrante>. Ad azzardare questa profezia, nel novembre del 1935, è l’editore Angelo Fortunato Formíggini. La materia prima, 87 anni dopo, non è ancora venuta a mancare. Ma molto è cambiato. L’ingombro dei libri cartacei sta diventando un problema serio per gli amanti della lettura casalinga e comincia a preoccupare anche le biblioteche. Per caso ho scoperto che un paio dei miei libri più recenti sono presenti in altrettante biblioteche pubbliche solo in formato digitale. Contento che siano disponili per un pubblico vasto, è stato per me un dolore. Salvo casi di straordinaria urgenza, non compro libri digitali. E se ne compro uno per estrema necessità, poi lo ri-acquisto in formato cartaceo.

Qualcosa è cambiato. Anche se – dati editoriali alla mano – il previsto boom del digitale non si è verificato. Copre una quota marginale del mercato. Penso che la tendenza non muterà. Ma in fondo è solo il mio modo di scongiurare l’irreparabile. Nell’attesa di un evento futuribile, mi godo questa raccolta di articoli pubblicati dall’editore modenese sulla sua rivista L’Italia che scrive. Me la godo non solo per i testi, ma innanzitutto per la qualità editoriale del volumetto, curato da Gabriele Sabatini.

In un cassetto della scrivania ancora conservo un tagliacarte. È lì, nascosto, perché ormai quasi non serve più. Ma le triestine Edizioni Italo Svevo sono tra le pochissime che ancora sfidano i costi e cercano i clienti tra chi i libri li ama davvero, come li amava Formíggini, tuttavia consapevole che l’amore non è sufficiente per fare l’editore. Ci vuole sì amore, ma anche tecnica, intuito, capacità imprenditoriali, fantasia, e fortuna, come spiega, tra il serio e il faceto, in questo Lezioni di editoria fresco di stampa.

Il tagliacarte, dicevo. L’ho guardato e l’ho riposto. Ormai in disuso, avrei rischiato di rovinare il libro. Mi serviva uno strumento migliore. Con molta prudenza sono ricorso a uno di quei bei coltelli a serramanico, con l’impugnatura d’osso e la lama affilatissima, firmata Laguiole. Come i bei libri, anche i buoni coltelli sono arte. Ha funzionato.

Non vi starò a raccontare la biografia dell’editore – e scrittore – modenese. Saprete, immagino, che nella prima mattina del 29 novembre 1938, il filosofo del riso, come lo chiamava Giovanni Pascoli, si tolse la vita gettandosi dalla torre Ghirlandina. Lasciò scritte queste parole: <…non posso rinunciare a ciò che considero un mio preciso dovere: io debbo dimostrare l’assurdità malvagia dei provvedimenti razzisti richiamando l’attenzione sul mio caso che mi pare il più tipico di tutti. […] Sopprimendo me affranco la mia diletta famigliola dalle vessazioni che le avrebbero potute derivare dalla mia presenza: essa ridiventa ariana pura e sarà indisturbata>. Angelo Fortunato era ebreo. La moglie Emilia no.

Mi è sempre difficile non ricordare che nel 1927 l’editore ebreo aveva pubblicato nella sua collana Polemiche, un piccolo libro dal titolo Battaglie giornalistiche, che raccoglieva articoli vergati tra il 1919 e il 1922 da quel Benito Mussolini che nel 1938 volle le leggi razziste. Nel 1923, in polemica con Giovanni Gentile, Formíggini aveva pubblicato La ficozza filosofica del fascismo, chiarendo: <Se taluno ha voluto spacciarmi agli occhi del Duce come un nemico del suo formidabile tentativo di dare all’Italia un’anima nuova e vibrante di fede, ha commesso una slealtà. Sarebbe ormai facile dimostrare al Duce di quali improvvisati fautori egli si è lasciato contornare>.

Un piccolo libro, Battaglie giornalistiche, ma curato, come tutta la produzione di Formíggini, che merita la pari cura riservata a queste sue Lezioni di editoria. Che chi ama i libri dovrebbe leggere, anche godendosi il sarcasmo che l’autore dedica agli scrittori e agli editori per vanità, o alle pressanti richieste di libri in omaggio. Vizio forse immortale. Nessuno chiederebbe un omaggio al falegname. Chiederlo a un editore e a un autore sembra quasi un dovere. Sempre con sarcasmo Formíggini tratta <gli studenti napoletani che tollerano serenamente il caro alloggi, il caro vestire, il caro mangiare, il caro pipa, ecc. ecc.>, ma <si sono dimostrati insofferenti del caro libro ed hanno dato l’assalto alle librerie>. Qualcosa cambia. Non tutto.

Ma ci saranno ancora libri cartacei da regalare? Formíggini fu parzialmente profeta. Ma forse, un giorno… Nel 1937 era solo una fantasia alla Jules Verne. <Alcuni giornali estivi – scriveva – (in assenza di un nuovo mostro marino) hanno tirato fuori una ingegnosa immaginazione che ha il pregio della verosimiglianza e che può essere un vaticinio. Supposto che una grande casa fotografica abbia già risolto il problema, essa avrà pronti imitatori in tutto il mondo. I libri saranno riprodotti in piccoli film di sostanza idonea, non infiammabile. Le pagine saranno così ridotte a pochi millimetri e i volumi, racchiusi in tubetti di alluminio simili a quelli in cui i farmacisti vendono certe pillole, occuperanno uno spazio minimo… Le pellicole, con speciali dispositivi, potranno essere proiettate… Non ci sarà più il disagio di voltar pagina…>

Di questa prospettiva “fantascientifica” l’editore non è felice. Per nostra fortuna i libri veri esistono ancora. Anche se quei <giornali estivi> non stavano inventando molto. I microfilm furono usati già nel 1870-1871, nella guerra Franco-Prussiana. Gli ordini militari venivano appunto microfilmati, racchiusi in tubicini e affidati ai piccioni viaggiatori. Dall’analogico siamo ora passati al digitale. Qualcosa cambierà ancora. Forse. Dipende. Oggi l’alluminio è merce rara, più della carta che si ricava dalle piantagioni. Per ora il temuto “libro fotoscopico” può attendere. E le tipografie non sono ridotte, come temeva Formíggini, a stampare solo quei biglietti da visita che all’epoca erano indispensabili, ma oggi non si usano più. Come il mio tagliacarte.

 

 

 

 

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