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L’abiura necessaria del professore

Settembre 8, 20220

Povero Stefano Ceccanti, se le ricorda le purghe sovietiche? Se li ricorda quelli che finivano in Siberia, nei Gulag? Povero Ceccanti, se lo ricorda dove finivano i “deviazionisti” in Cina? E dove finiscono ancora gli uiguri turcofani dello Xinijang? Come si chiamano? “Centri di istruzione e formazione professionale”, mi pare. Perché campi di rieducazione suona male, e persino la Cina è ormai più permeabile rispetto ai tempi del Grande Timoniere. Qualcosa si sa persino della Corea del Nord di Kim Jong-un, il “Grande Successore”. Poco del Covid, ma qualcosa si sa.

Povero Stefano Ceccanti, dal Movimento studenti di Azione Cattolica alla FUCI, dalla Lega Democratica di Scoppola e Ardigò al Movimento dei Cristiani Sociali di Pierre Carniti al Partito Democratico. Che storia! Costituzionalista, di quelli bravi. Ordinario di diritto pubblico comparato alla Sapienza, ché quando l’ho studiato io lui non c’era, per l’anagrafe, banalmente. O per mia fortuna. C’era Aldo Moro, però, tanto per restare in campo democristiano. Istituzioni di diritto e procedura penale. Ma era facoltativo e glissai…

Ceccanti è tra quelli che conoscono pregi e difetti dei sistemi politici, non solo italiani. Sa tutto. Sa pesare i pro e i contro, consapevole che la perfezione non esiste in questo mondo. E magari sa anche che i sistemi politici vanno studiati conoscendo la cultura del popolo a cui servono. Ah, la complessità della democrazia…

Senatore del PD dal 2013, deputato dal 2018. Non lo volevano ricandidare. I posti son pochi. Le prospettive non buone. Ma l’accademia si è sollevata. “Come, non candidate Ceccanti?” “Come, un maestro!?” E alla fine un posto si trova, eccolo ripescato nella sua Pisa, mica paracadutato in Basilicata. È stato un giallo. Ma si capisce. I posti son pochi.

Tutto a posto, dunque, se a Pisa va bene. Ma… Ma mica tanto a posto. Perché il bravo costituzionalista Ceccanti, studia che ti ristudia, era arrivato alla conclusione che il nostro sistema politico-istituzionale non è che funzioni benissimo. E non l’aveva scoperto mica solo lui. Nel 1997 persino la Bicamerale di D’Alema era giunta alla conclusione che un sistema semi-presidenziale alla francese sarebbe stato meglio. Adottarlo non sarebbe stata un’offesa ai padri costituenti. Cambierebbe il sistema, intatti restano i principi fondanti. Il tempo passa, invano. Ma Ceccanti, da bravo costituzionalista, ci riprova. Una cosa sensata è sensata. Così, nel marzo 2018, il Ceccanti presenta la sua bella proposta di legge costituzionale, anticipata in un bel convegno di “Libertàeguale”, a Orvieto, nel 2017. Propone di adottare il sistema francese. Quello che piacerebbe a me. Ma il tempo passa. E tutto si arena. Siamo in Italia, la lentezza è d’obbligo. Io, per mestiere, ricordo ancora la commissione per le riforme costituzionali presieduta dal liberale Aldo Bozzi (1983-1985). Quante righe buttate…

Ora sarebbe il tempo. Quella riforma piace alla Meloni e pure al ricandidato Ceccanti. Magari nella prossima legislatura ce la facciamo. Ma siamo in Italia. E il PD ci ripensa. Ma come si fa a essere d’accordo con la Meloni?! E Ceccanti? Dove lo mettiamo il Ceccanti-pensiero? Non va più bene. L’elezione diretta del capo dello Stato diventa un attacco alla democrazia. Si stravolge la Costituzione. Oddio! La Meloni vuole cacciare Mattarella. D’altra parte sembra sia stato lui il kingmaker del Mattarella bis…

Ma è una stupidaggine, come Ceccanti sa perfettamente. Una riforma costituzionale si applica al prossimo giro, mica il giorno dopo. Ridotto il numero dei parlamentari mica si sono sciolte le Camere. Non solo. Politicamente parlando, a una Meloni vincitrice non converrebbe sbaraccare tutto. Piuttosto, proporsi come presidente tra cinque anni.

Resta il tema della riforma che Ceccanti riteneva necessaria. E come si fa? Ci vuole poco. C’è il sistema cinese. Un bel campo di rieducazione e il deviazionista è servito. Ma non basta che si sia convinto di aver sbagliato. Bisogna che pubblicamente si penta, Ed ecco una bella intervista al “Corriere della Sera” (8 settembre, p. 9). Un po’ imbarazzata, in verità. Un po’ confusa. Ma comunque una abiura. Per il bravo Ceccanti il semipresidenzialismo non è più urgente. Ora, dice, “Credo convenga partire dal bicameralismo ripetitivo”. Cioè, siamo tornati alla commissione Bozzi. Ma il semipresidenzialismo? “Sono temi divisivi”, taglia corto. Non lo erano, ma… Infatti, per Ceccanti, “Se si vogliono le riforme per un sistema nuovo, che deve avere comunque equilibri, non si possono allo stesso tempo minarne quelli della Costituzione vigente. Non si può fare e disfare la tela come Penelope”. Ok. Abbiamo capito. Povero Ceccanti. Che tocca fa’…

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