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Un anno dopo

Febbraio 24, 20230

Un anno. Un anno da quella notte in cui abbiamo scoperto che la storia non era finita e in Europa poteva scoppiare una guerra, calda, non fredda. In un attimo, quel 24 febbraio, con l’invasione russa del Donbass, siamo tornati al Novecento. E non abbiamo idea su come possa finire. Non abbiamo neppure un’idea precisa del perché Putin abbia immaginato di poter invadere militarmente l’Ucraina senza incontrare resistenza. Così, come se gli ucraini dovessero accettare serenamente di tornare a essere vassalli di Mosca. Se Putin aveva immaginato che le sue truppe sarebbero state accolte con mazzi di fiori, ha dovuto tornare presto alla realtà. Ha dovuto prendere atto di aver sbagliato, ma certo non poteva pubblicamente ammetterlo e fare marcia indietro. Un autocrate che sogna di rifare un impero non può. Va avanti, fino alla fine. Sua o della Russia.

D’altra parte l’Occidente non poteva far finta di niente. Aiutare in ogni modo Kiev era ed è un obbligo morale e politico. L’espansionismo russo, sconfitta l’Ucraina, si sarebbe fatalmente rivolto verso altri confini. A parte la Crimea, Mosca già controlla il finto Stato della Transnistria, che sarebbe territorio moldavo, in più l’Abkhazia e l’Ossezia del Sud, che sarebbero georgiane. Con il criterio della russofonia può pensare ad altri territori, se non altro per mobilitare i russi con un neo-patriottismo imperialista. È uno scenario da prima metà del Novecento, se non da Ottocento. Siccome ci ha riguardato, storicamente, sarebbe come se noi italiani rivendicassimo l’annessione del Ticino, che in realtà, italiano di lingua, italiano di nazione – a parte un micro-irredentismo – non ha mai voluto esserlo. Il paragone con il nostro Risorgimento non regge. Si trattava di cancellare staterelli più o meno vassalli di potenze straniere, e di trasformare un popolo disperso in una Nazione, non di occupare territori altrui.

Comunque, un anno dopo siamo allo stallo. La Russia non ha vinto. Ma non ha neppure perso. L’Ucraina non ha perso, ma non ha neppure vinto. Dietro l’angolo, in tempi brevi, una soluzione non è alle viste. Bene ha fatto Biden a ribadire il sostegno a Kiev. E bene ha fatto anche la Meloni ad affermarlo con nettezza. Ma sappiamo che gli Stati europei hanno una visione diversa della situazione. Fermo restando l’appoggio all’Ucraina, i nordici e gli orientali vorrebbero una sconfitta globale di Putin. Gli occidentali e i meridionali preferirebbero una linea più morbida. Le differenze dipendono non solo dalla stanchezza delle opinioni pubbliche di ciascun paese, ma soprattutto da ragioni storiche e geostrategiche.

Allo stato di trattative non c’è traccia. Né la Francia né la Turchia sono riuscite ad avviarle. La Cina gioca un ruolo ambiguo. Da un lato sembra sostenere Putin. Dall’altro è evidente che il suo problema è rafforzare il proprio ruolo di grande potenza mondiale, politica ed economica, paritaria con gli Stati Uniti. La Russia in declino è solo uno strumento. L’interesse di Pechino è accrescere le sue aree di influenza, e di rilanciare la sua economia, sofferente per i postumi della pandemia. In ogni caso, è un attore in campo.

Come si esce dal pantano? Al di là della retorica sulla autodeterminazione dei popoli – principio peraltro fondamentale – c’è il realismo della politica. Augurarsi l’implosione del putinismo non basta. È possibile. L’Unione Sovietica implose. Ma le circostanze non sono uguali. E comunque potrebbero trascorrere anni. È una partita a scacchi. Pazienza e determinazione camminano su binari paralleli. Forse il cammino è già iniziato e noi, semplicemente, non lo sappiamo. E sarebbe ben strano se lo sapessimo. Voci ne sono girate e ne girano fin troppe. Ora tocca alla Svizzera, almeno come sede di colloqui, mentre all’Onu si vota con le solite astensioni. Ansia da scoop. 

Su un punto, tuttavia, si tratta di essere chiari: il pacifismo retorico non aiuta. Nessuno, né in Italia né in Occidente, ha voluto questa guerra. Tantomeno gli ucraini. L’aggressione nasce dalla necessità di Putin di distrarre i russi dalla crisi interna. Non più grande potenza, con un sistema industriale obsoleto e un’economia sempre più dipendente dalla esportazione di idrocarburi, la Russia di Putin ha puntato su uno schema antico, agitando il pericolo esterno per arginare il rischio che altre regioni con forti identità etniche preferiscano scegliere la strada dell’indipendenza. Quella russa contro l’Ucraina è, in fondo, una guerra contestualmente di attacco e di difesa. Una guerra, si potrebbe dire, di ammonimento. Una guerra che ha creato e sta creando disastri umanitari. Che non ci piacciono. Che fanno orrore. La guerra non è igiene del mondo. Ma dire pace subito, a ogni costo, non ha senso. Pace subito, certo. Ma non al prezzo di umiliare l’aggredito. Se così finisse, usciremmo da un pantano per entrare in un altro. Difficile dire se se ne rendano conto i para/quasi/forse/circa putiniani d’Italia. Che esistono, e sono trasversali agli schieramenti politici. Rientrano in varie categorie culturali, se vogliamo chiamarle così. Quella dominante è, comunque, segnata da un anti occidentalismo e da un anti americanismo striscianti. Roba vecchia, consunta, ma che si riaffaccia ogni tanto come un fiume carsico.

L’America, si sa, non è un paradiso in terra. Solo gli ingenui possono pensarlo. Non di questo si tratta. Parlare di America e di Occidente significa in realtà parlare di un sistema basato sulla libertà individuale e sulla democrazia. Con tutti i suoi difetti, anche nella versione di casa nostra, sappiamo che di meglio non è stato inventato. Il modello opposto si basa sull’autocrazia. Che sia laica o religiosa cambia poco. Anzi, nulla. Basta scegliere. O l’uno o l’altro. Io non ho dubbi.
Poi, naturalmente, c’è il problema delle convenienze. All’Italia, e non solo, converrebbe che la guerra finisse domani e i russi ricchi tornassero a spendere e spandere rubli. Ma è una visione miope. Non tiene neppure conto del fatto che – al di là dei principi – la guerra ci sta costringendo a ripensare in modo positivo il nostro ruolo sullo scenario internazionale. E persino – per fare un esempio – la nostra strategia energetica. Siamo dipendenti. Da sempre. E sempre di più. Non abbiamo voluto il nucleare. Non ci piacciono le trivelle in mare, le pale eoliche, i pannelli solari. Non ci piace nulla. Vogliamo tutto senza pagare dazio. E ci siamo ritrovati a secco. Quando servivano le mascherine abbiamo scoperto che dovevamo comprarle in Cina… Ci illudiamo. Sembriamo oche giulive. Ma, se vogliamo essere sovrani in casa nostra, meglio trattare con molti piuttosto che con uno. Anche se si chiamasse Biden, o Trump, o chicchessia. Alleati sì, servi mai. Per quanto mi riguarda, anche l’Ucraina deve essere sovrana, e libera di sciogliere come vivere, con chi trattare e di chi essere alleata. Difendere la sua sovranità significa, in fondo, difendere anche la nostra.

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