GIORNALISMO · ATTUALITÀ · STORIA
Seguimi sui social:

Narges, il Nobel, la guerra

Ottobre 9, 20230

Quanto tempo è passato? Neppure due giorni. Il 6 ottobre l’Accademia di Oslo ha deciso di assegnare il Nobel per pace all’attivista iraniana Narges Mohammadi. Il premio le è stato assegnato per la sua lotta contro l’oppressione delle donne in Iran e per i suoi sforzi nella promozione dei diritti umani e della libertà per tutti. Arrestata già 13 volte, Mohammadi è ancora in carcere.

Il 7 ottobre, all’alba, da Gaza Hamas ha lanciato un attacco missilistico senza precedenti contro Israele. Era sabato, ultimo giorno della festa ebraica di Sukkot (delle Capanne). Cinquant’anni fa, il 6 ottobre 1973, Israele, anche allora preso di sorpresa, fu aggredito dagli eserciti siriani ed egiziani. Era il giorno di Yom Kippur.

Tra il Nobel e l’attacco di Hamas c’è una relazione? Non mi pare che qualcuno l’abbia segnalata. Eppure… L’Iran ha reagito al Nobel definendolo “una decisione faziosa e politica”. Hamas, organizzazione terroristica notoriamente finanziata e armata da Teheran, ha attaccato. Può apparire solo un coincidenza. Ma probabilmente non lo è.
Certamente vi sono spiegazioni molto più politicamente significative dietro il via libera del regime teocratico iraniano ad Hamas. La prima, più immediata, è il dialogo che era in corso tra Arabia Saudita e Israele, che sembrava poter sfociare, finalmente, in un riconoscimento reciproco. Se il dialogo fosse giunto a buon fine, l’isolamento internazionale di Teheran si sarebbe aggravato. E in un paese dove quotidianamente cresce la protesta popolare stroncata con l’abituale violenza, avrebbe alimentato il dissenso.

Altre delicatissime questioni sono probabilmente entrate in gioco. I rapporti tra Mosca e l’Iran, per esempio. L’Occidente non può che sostenere Israele, così come non può che sostenere l’Ucraina aggredita. Ma con l’attacco a Israele si apre, in qualche modo, un secondo fronte, rendendo più complicato il ruolo degli Stati Uniti, già impegnati in una lunghissima quanto incerta campagna elettorale presidenziale. E più complessa è difficile sarà la nostra vita di Italiani e di Europei. Basti pensare al nostro fabbisogno energetico.

Il quadro sarà più chiaro giorno dopo giorno. Per ora sappiamo che la guerra difensiva di Israele – dichiarata formalmente – è in corso. Sappiamo che le vittime israeliane sono almeno 800 e 2500 i feriti. Ma il bilancio potrebbe appesantirsi. Come, d’altra parte, anche nella striscia di Gaza. La guerra del Kippur si chiuse in 19 giorni con la vittoria di Israele. Difficile pensare a una soluzione più rapida di allora. I tanti ostaggi nelle mani di Hamas non lasciano ben sperare.

Sappiamo anche, tuttavia, che l’attacco di Hamas sembra aver ricompattato gli israeliani, divisi da mesi sulla riforma della giustizia proposta dal premier Netanyahu. I riservisti richiamati stanno accorrendo anche dall’estero. Si sta ricreando la solidarietà nazionale che ha sempre distinto un popolo da sempre accerchiato e capace di difendere a ogni costo il proprio diritto di esistere, libero e indipendente. Lo fa, nel nome di un civiltà democratica che lo lega all’Occidente, alla sua cultura, alla sua storia. In questo senso rappresenta e rappresenterà per noi occidentali un baluardo, un avamposto. Dobbiamo esserne consapevoli e sentirci, in questo momento doloroso, tutti israeliani, al di là di ogni credo, al di là di ogni tendenza politica.

Dispiace che, come in passato, anche in Italia vi siano frange, anche intellettuali, oltre che studenti, incapaci di comprenderlo, e portatrici di posizioni quantomeno ambigue. Lo chiamano pacifismo. Ma nessuno più di Israele vorrebbe poter vivere in pace e sicurezza, da 75 anni. Appare, piuttosto, come antisemitismo mascherato da antisionismo.

Tornando al premio Nobel assegnato a Narges Mohammadi, è veramente solo una coincidenza? Probabilmente è stata invece la classica goccia che ha fatto traboccare il vaso. Mohammadi incarcerata, ma resa simbolo mondiale della lotta per la libertà delle persone e dei popoli, era intollerabile per il regime degli hayatollah. Meglio oscurarlo subito. Hamas, in questo senso, era lo strumento ideale, immediatamente disponibile come killer. E Israele il nemico ideale.

Leave a Reply

Your email address will not be published. Required fields are marked *