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D-Day/80, memoria e attualità

Giugno 2, 20240

 Ve lo ricordate Paul Anka? Festival di Sanremo, 1964, Ogni volta. “Ogni volta, ogni volta che torno / Non vorrei, non vorrei più partir…” Paul Anka, sì, proprio lui, quel ragazzo dalla faccia pulita, canadese di origine libanese, cattolico maronita, che negli anni Sessanta del secolo scorso fece impazzire i giovani italiani (e le loro mamme), negli anni del boom economico che ancora non stava declinando. Li faceva impazzire anche se pronunciava “onni” invece che ogni, e nella versione italiana Diana è sempre rimasta Dajana…

Che c’entra, si potrebbe obiettare, Paul Anka con il D-Day? C’entra, perché quell’eterno ragazzo aveva 21 anni quando scrisse le note incalzanti che contribuirono a rendere immortale, nel 1962, Il giorno più lungo, tratto dal saggio omonimo di Cornelius Ryan. Ci vollero cinque registi per girare il film sullo sbarco in Normandia. Nel cast John Wayne, Robert Mitchum, Richard Burton, Sean Connery, Henry Fonda. Ma c’era anche Paul Anka. Interpretava il ruolo di un ranger nell’assalto al Point du Hoc. Ci volle essere l’autore della colonna sonora di quei 178 interminabili minuti di un film-verità che voleva ricostruire e ricordare la svolta decisiva della seconda guerra mondiale. Senza quella marcia, probabilmente, la memoria del D-Day sarebbe più sfumata, persino dimenticata, nonostante le celebrazioni annuali – e oggi ne fanno 80 – di quel 6 giugno 1944. E qualche merito va riconosciuto anche a Dalida, la giovanissima bellissima calabrese cairota che donò, in francese, la sua voce alla musica. Ricordate? “Nous irons vers la victoire / Par le sang des compagnons / Qui on fait marcher l’histoire” (Noi andiamo verso la vittoria / con il sangue degli amici / che hanno fatto camminare la storia).

Un po’ retorica, se vogliamo, la marcia, come tutte quelle militarie patriottiche. Come gli inni nazionali, che hanno sempre complessi risvolti politici. Non per caso il nostro risorgimentale Canto degli italiani, o Inno di Mameli che dir si voglia, è stato solo “inno provvisorio” fino al 2017. Non per caso la Marcha Real spagnola è musica senza parole. Ogni Re le cambiava, e ne è rimasta priva. Cantata da Dalida, la marcia sembra richiamare la Marsigliese. Oppure It’s a Long, Long Way to Tipperay, che resta la canzone più amata delle truppe inglesi nella Grande Guerra. Per non dire de Il ponte sul fiume Kwai. Ma non era retorica La canzone del Piave? Non lo è forse Il testamento del capitano? E io comando che il mio corpo / in cinque pezzi sia taglià. / Il primo pezzo al re d’Italia / Che si ricordi dei suoi alpin…”

Poi, ci sono i paradossi. Si pensi alla tedesca Lili Marlene, censurata dal ministro per la propaganda del Reich Goebbels per disfattismo ma difesa dal feldmaresciallo Rommel perché con la sua nostalgia di casa e affetti piaceva ai soldati. Fino a diventare, cantata da Marlene Dietrich, la canzone più diffusa in entrambi i fronti. D’altra parte, nell’Italia della guerra d’Etiopia sbancò Faccetta nera, odiata da Mussolini. Provarono a sostituirla con una Faccetta bianca. Un flop annunciato.

Ma torniamo al D-Day. Solo Steven Spielberg, nel 1998, con Salvate il soldato Ryan, è riuscito a superare empaticamente Il giorno più lungo, a dare il senso umano e storico di quella data. A parte i film, le canzoni, i paradossi, che tuttavia sono parte integrante della storia, l’ottantesimo anniversario del D-Day non può passare sotto silenzio, anche se questo 2024 è oberato di anniversari, anche per l’Italia. Del delitto Matteotti, che accelerò l’avvento del regime dittatoriale mussoliniano, della strage delle Fosse Ardeatine, della liberazione di Roma, mentre attendiamo quello della Liberazione finale del 2025. E il 2023 è stato segnato dalla sconfitta dell’Armir in Russia, dallo sbarco alleato in Sicilia, il 10 luglio, dall’implosione del regime fascista il 25 luglio, dal disvelamento dell’armistizio l’8 settembre, dalla guerra civile, dal rastrellamento degli ebrei romani il 16 ottobre. Sono gli anni tragici conseguenza di una guerra mussoliniana a fianco della Germania nazista che gli italiani non volevano, dello sbandamento, di quella che è stata percepita come morte della Patria, dell’Italia occupata prima dai tedeschi e poi dagli Alleati, delle stragi, dai bombardamenti, delle marocchinate, della paura, della fame, del disincanto, del rifugio nella Casa in collina di Cesare Pavese.

Nel suo diario, l’antifascista Benedetto Croce scrisse per l’8 settembre: “Sono stato sveglio per alcune ore, tra le 2 e le 5, sempre fisso nel pensiero che tutto quanto le generazioni italiane avevano da un secolo in qua costruito politicamente, economicamente e moralmente è distrutto, irrimediabilmente”. Nel dicembre del 1944 l’antifascista Gaetano Salvemini scrisse dall’America: “Il bluff è finito, l’Italia non è più che una sfera d’influenza inglese, una colonia inglese, una seconda Irlanda”. Lo storico nazionalfascista e monarchico Gioacchino Volpe temette che “per un pezzo e forse per sempre saremo ridotti a uno statarello, una specie di pianeta spento come la luna, un grosso Portogallo o una grossa Grecia”.

Se il nostro destino è stato diverso e migliore di quello che tanti italiani hanno all’epoca temuto, se non siamo diventati vassalli di Hitler e del suo folle Terzo Reich millenario, se non abbiamo dovuto subire, dopo quella mussoliniana, una dittatura staliniana, se l’Italia ha avuto la possibilità di rialzare la testa, lo dobbiamo essenzialmente al D-Day. Lo dobbiamo quella notte del 6 giugno 1944 in cui i comandi Alleati decisero che era arrivato il momento di mettere in pratica il progetto di sbarcare sulle spiagge di Normandia. L’obiettivo strategico era aprire un nuovo fronte nella guerra in Europa, costringendo i tedeschi a combattere non solo a sud contro gli Alleati e ad est contro i sovietici. L’impiego di forze terresti e aeree fu straordinario. Il cosiddetto Vallo Atlantico tedesco si rivelò inefficace. Le incertezze di strategiche di Hitler e tattiche dei comandi tedeschi, in estrema sintesi, fecero il resto. Il 25 agosto Parigi era liberata. La seconda guerra mondiale terminerà quasi un anno dopo. Era cominciata il primo settembre 1939 con l’invasione tedesca della Polonia, seguita da quella sovietica, in attuazione del patto Ribbentrop-Molotov.

Al di là delle canzonette, delle ideologie, del passaggio dalla guerra “calda” alla guerra fredda, delle pagine di storia che dovrebbero essere studiate dalle giovani generazioni, non si può negare che oggi gli oltre 62 milioni di morti in guerra non sembrano monito sufficiente per evitare nuovi conflitti planetari. L’implosione nel 1991 dell’Unione Sovietica e del suo impero aveva fatto sperare Francis Fukuyama. Il politologo statunitense spiegava nel suo La fine della storia e l’ultimo uomo (1992) che l’evoluzione sociale, economica e politica dell’umanità avrebbe raggiunto il suo apice alla fine del secolo, e che, di conseguenza, la storia futura si sarebbe dipanata in modo radicalmente difforme rispetto al passato, con l’accettazione universale del sistema politico-economico adottato dalle democrazie occidentali vincitrici nel 1945. Un’illusione. Se fosse in vita, forse anche Eric Hobsbawm rifletterebbe sulla sua definizione del Novecento come “secolo breve”. Gli attuali disequilibri mondiali, il ritorno di una Russia declinante a un imperialismo aggressivo nostalgico delsovietismo, il neocolonialismo economico della Cina, la crisi mediorientale determinata dal riemergere violento del fanatismo islamico, che trova sponde in un rinnovato antisemitismo europeo, fanno piuttosto pensare a un Novecento infinito, mentre la retorica occidentale sui “diritti” non scalfisce la negazione dei diritti in gran parte del mondo.

La stessa Europa appare titubante, contradditoria, incapace di rinunciare agli egoismi. La Francia macroniana – dopo averla vagheggiata – ha rinunciato a invitare esponenti della Russia che ha aggredito l’Ucraina alle celebrazioni del 6 giugno a Saint-Laurent-sur-Mer. Tuttavia ricorda i tentennamenti del generale De Gaulle, che fecero fallire la Comunità Europea di Difesa. Si festeggerà questo ottantesimo anniversario. Ma su di esso calano le ombre di un futuro drammaticamente incerto.

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Pubblicato anche su “The Social Post”, 6 giugno 2024

https://www.thesocialpost.it/2024/06/06/d-day-da-paul-anka-a-john-wayne-linvenzione-delloccidente/

 

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In versione più sintetica  ne “Il Quotidiano del Sud-L’Altravoce dell’Italia”, 2 giugno 2024

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