Il 21 aprile 1972 Enrico Berlinguer, accompagnato dal fido Tonino Tatò, partecipa a una tribuna politica in vista delle elezioni parlamentare del 7 maggio. Assicura che il Pci non ha relazioni con il Msi, impossibili perché erede del fascismo che «ha scientificamente assassinato il nostro capo Antonio Gramsci». E ricorda che è vicino l’anniversario della sua morte, il 27 aprile 1937. Per un dialogo – semisegreto – tra il leader missino Giorgio Almirante e Berlinguer bisognerà aspettare una decina d’anni.
Perché mai sia stata fatta a Berlinguer quella domanda è difficile da capire. Il Msi era dato in crescita e forse a Botteghe Oscure sitemeva che potesse rastrellare consensi anche nel proletariato. Meglio chiarire. E ricordare l’assassinio di Gramsci. Senza naturalmente soffermarsi sul fatto che Gramsci fu arrestato, con altri esponenti comunisti, l’8 novembre 1926 e incarcerato prima a Regina Coeli, poi a Ustica, poi a San Vittore. Fu il Vaticano a tentare una trattativa con l’Unione Sovietica per uno scambio di prigionieri. Mussolini si mise di traverso. Ma non risulta grande agitazione nei vertici dell’allora PCd’I, che con fatica riconosceva Gramsci come “capo” indiscusso. Nel 1928 il Tribunale Speciale condannò Gramsci, insieme ad altri 18 antifascisti. Fu trasferito nel carcere di Portolongone, nell’isola d’Elba. Poi finì a Turi, in Puglia, dove gli altri comunisti lo isolarono perché considerato inaffidabile per i suoi equivoci, forse inventati, rapporti con l’Urss, dove vivevano la moglie e i due figli.
In carcere, nel 1931 Gramsci si ammalò e – sempre detenuto – fu trasferito nel 1933 in una clinica di Formia. Nel 1934 fallì una nuova trattativa di scambio di prigionieri tra Roma e Mosca. Ottenne la libertà condizionale e nel 1935 fu trasferito nella clinica Quisisana di Roma. Ancora malato progettò di espatriare in Unione Sovietica nel 1937, una volta liberato. La fine della sua detenzione era fissata per il 25 aprile, ma fu colpito da una emorragia celebrale che lo portò alla morte due giorni dopo.

Certo, come molti prigionieri politici, Gramsci fu perseguitato e soffrì. Ma non fu vittima di un assassinio, per di più “scientifico”, come disse Berlinguer in quel 1972. Vittima di un assassinio era stato invece, il 4 giugno 1924, Giacomo Matteotti, leader della componente riformista del Psi. I deputati comunisti, che presto lasciarono la secessione dell’Aventino, non si stracciarono le vesti. D’altra parte nel gennaio del 1924, quando il PCd’I – fondato a Livorno nel 1921 – propose al Psi e al Psu di fare una lista unitariaper le elezioni, Matteotti rispose: «Lottare a fondo contro il fascismo? D’accordo. Ma in nome di che? Noi vogliamo lottare contro il fascismo in nome della libertà, voi in nome della dittatura. C’è tra noi un dissidio di principio insuperabile». Appena sepolto, Gramsci su “Lo Stato Operaio” lo definì «Pellegrino del nulla», come Fabrizio Cicchitto ricorda nel suo denso e intrigante L’odissea socialista.
Divisi tra riformisti e massimalisti, i socialisti si dispersero. I comunisti erano guidati da Mosca da Palmiro Togliatti. Quel Togliatti che, nell’agosto del 1936, chiusa il 5 maggio la guerra d’Etiopia, consapevole che il regime fascista aveva raggiunto l’acme del consenso popolare, pubblicò su “Lo Stato Operaio” nell’agosto del 1936 il manifesto «Per la salvezza dell’Italia. Riconciliazione del popolo italiano”, più noto come «Appello ai fratelli in camicia nera». Vi si legge: «Popolo Italiano! Fascisti della vecchia guardia! Giovani fascisti! Noi comunisti facciamo nostro il programma fascista del 1919, che è un programma di pace, di libertà, di difesa degli interessi dei lavoratori, e vi diciamo: lottiamo uniti per la realizzazione di questo programma».
Giacomo Matteotti avrebbe sottoscritto un testo del genere? È in fondo intorno a questo interrogativo che si dipana il lavoro di Fabrizio Cicchitto. Di questa odissea l’autore è storico, ma anche – dagli anni Sessanta in poi – acuto testimone e cronista. E di capitolo in capitolo il libro assume anche le caratteristiche di una dolente autobiografia. Leggendo le sue pagine sembra di vedere un film girato in piano sequenza, nel quale via via riemergono figure di esponenti politici, protagonisti o comprimari, della storia dell’Italia repubblicana. Ma non poteva mancare una premessa. Il Partito Socialista nasce in Italia nel 1892, come Partito dei Lavoratori Italiani. Ma l’odissea comincia 22 anni dopo. Ed è una storia – come Cicchitto la definisce – «paradossale e drammatica: fra il 1914 e il 1921 infatti dal movimento socialista fuoriuscirono i suoi mortali nemici, il fascismo e il comunismo». L’ex socialista massimalista Mussolini considera nemici i suoi vecchi compagni di strada. Così come li considerano nemici Gramsci e i dirigenti comunisti. Gramsci vuole “abbattere” non solo il fascismo, ma anche «il semifascismo di Amendola, Sturzo, Turati».
Il fascismo cade. Togliatti torna in Italia. La guerra non è finita. Rientra anche Pietro Nenni. Dell’odissea sono protagoniste anche le diverse prospettive dei socialisti. «Nenni – ricorda Cicchitto – era filosovietico, Saragat era legato al Partito laburismo inglese». Nenni è frontista, ma nel 1946 – nelle elezioni della Costituente – il Psi si presenta da solo e supera i consensi del Pci. Tuttavia nelle elezioni parlamentari del 1948 Nenni aderisce al Fronte Popolare, mentre Saragat lascia il partito e guida il suo Psli (poi Psdi). Avvio complesso di una storia complessa. Tappa dopo tappa – il centrismo, il centrosinistra nelle sue evoluzioni, il post ’68, il terrorismo, la “non sfiducia” del Pci – Cicchitto si affaccia al vero cuore della sua narrazione, che è, in fondo, un’analisi dettagliata, senza sconti, della lunga stagione del Psi guidato da Bettino Craxi. Il Craxi che rilancia un partito in crisi e nel 1983 approda a Palazzo Chigi. Radicalmente riformista, occidentale, antisovietico, capace – nonostante l’eterna lotta con De Mita – di far crescere l’Italia, sia sotto il profilo economico sia nelle relazioni internazionali. Anche nella delicatissima gestione – nell’ottobre del 1985 – della crisi di Sigonella. Craxi rifiutò di consegnare agli Stati Uniti i terroristi palestinesi che avevano dirottato la nave Achille Lauro, rivendicando la sovranità italiana, nonostante i terroristi avessero ucciso il cittadino americano ebreo Leon Klinghoffer. L’aereo egiziano con a bordo i terroristi fu costretto ad atterrare nella base NATO siciliana. Gli americani circondarono l’aereo, i carabinieri circondarono gli americani. Craxi confermò tuttavia la stretta amicizia con gli USA. Il presidente Ronald Reagan chiuse la crisi con una lettera indirizzata al “Dear Bettino”.
Craxi da tempo aveva rapporti con il capo della Olp Arafat, che disconobbe i terroristi. «Craxi – sostiene Cicchitto – lavorava per realizzare un’intesa tra l’Olp di Arafat e Israele nell’unico modo possibile perché stabilì con Arafat un rapporto profondo, forse eccessivo, ma con l’obiettivo di far cessare la sua attività terroristica per creare le condizioni per l’intesa con Israele». Un’illusione. Il rapporto era veramente eccessivo. Ne era convinto anche il cognato Paolo Pillitteri, al quale – anni dopo – ho avuto occasione di chiedere la sua opinione.
Comunque Craxi usciva da una vittoria politica netta nel referendum abrogativo della legge che aveva tagliato di tre punti la scala mobile, scongiurando un pericoloso ritorno a un’inflazione galoppante, che si trascinava dalla fine degli anni Settanta, quando toccò il 25%. L’Italia cresceva, ma contro il leader socialista si schierarono i “poteri forti”, da Enrico Cuccia a Carlo De Benedetti.
Cicchitto non nega che Craxi abbia commesso errori, anche nel giudicare personalità del suo partito, da Giuliano Amato a Claudio Martelli, per citarne un paio. Sbagliò nel sostenere l’elezione di Oscar Luigi Scalfaro alla presidenza della Repubblica. Sbagliò anche rilanciando «la tematica sull’unità socialista che in un primo tempo aveva impostato in termini integralisti come una sorta di annessione, ma che successivamente egli stesso aprì al Pds in termini del tutto positivi». Anche questa un’illusione. Forse dimenticò che, anche dopo la morte di Berlinguer e dopo l’implosione dell’Unione Sovietica, i comunisti rimanevano ideologicamente nemici del socialismo riformista e liberale.L’unità socialista non maturò mai. Al suo posto gli eredi del Pci, poi Pds, preferirono l’unità con l’estrema sinistra culturale sempre minoritaria nell’arcipelago democristiano.
Pagine dolenti quelle di Cicchitto sulle inchieste di Mani Pulite, che colpirono la Dc e soprattutto il Psi. In sostanza una sorte di colpo di Stato giustizialista. «Qualora Curzio Malaparte – scrive – fosse vivo avrebbe dovuto scrivere una nuova edizione del suo libro Tecnica di un colpo di Stato: in campo non più carri armati e paracadutisti, ma avvisi di garanzia e arresti che costruivano attraverso il fragore dei media quello che Borrelli chiamò “la sentenza anticipata”».
Craxi ne uscì demonizzato e il Psi fu «raso al suolo». Ma non si può non condividere il giudizio di Fabrizio Cicchitto, che fu protagonista della diaspora socialista che aderì a Forza Italia, creata da Silvio Berlusconi dopo aver consentito alle sue reti televisive di cavalcare “Mani Pulite”: «Craxi è stato uno dei grandi leader politici della seconda metà del ‘900 al netto, come è naturale, di luci, di ombre, di grandi intuizioni e anche di seri errori». Al di là della stagione dei nani e delle ballerine, per citare un’antica battuta del caustico Rino Formica. Pagine amare, quelle di Cicchitto, gravate da qualche rimpianto per quello che poteva essere e non è stato. Ma necessarie, per capire nel profondo la storia politica del Novecento italiano.
Fabrizio Cicchitto, L’odissea socialista. Nenni, Lombardi, Craxi. 2 giugno 1946 -19 gennaio 2000, Rubbettino 2026, pp. 395, 29,00.

