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Chi vince, chi perde…

Giugno 28, 20220

“Il centrosinistra vince nelle città”/ “Lazio, il centrosinistra non sfonda”. Tra questi due titoli del “Corriere della Sera” di lunedì sta tutta l’ambiguità che caratterizza una possibile lettura dei ballottaggi comunali. Il primo è il titolo nazionale. È vero. Nel secondo turno, il centrosinistra vince. Essenzialmente a Verona, dove in centrodestra ha puntato direttamente al suicidio non assistito. Il centrodestra perde, in totale, tra primo e secondo turno, cinque sindaci. Quindi è sconfitto.

Il secondo titolo riguarda ovviamente il Lazio, dove il titolo corretto sarebbe però stato “Il centrodestra vince nelle città”. Oppure, meglio ancora,  “Il centrosinistra perde”. Perché ha perso prima a Rieti, poi a Frosinone e infine a Viterbo. Qui in maniera clamorosa. Perché il centrodestra – altro caso di suicidio – non è neppure arrivato al ballottaggio. Dunque il centrosinistra ha perso contro la valanga di una lista civica. Civica, ma non di sinistra. Come a Como, peraltro.

Nel conteggio totale, tuttavia, non si può far finta di non sapere che Palermo è una grande città, mentre Catanzaro (altro caso di suicidio del centro destra) non lo è. Il numero degli abitanti conta e le città non hanno tutte lo stesso peso politico. E non a caso cito due capoluoghi di regione. Quindi il discorso su chi vince e chi perde è un po’ più complesso.

Questi sono i fatti, se si vuole essere precisi. Poi si tratta di capire di che cosa parliamo. Di quale centrosinistra e di quale centrodestra parliamo. Il “campo largo” lettiano non esiste. I 5S sono scomparsi dai radar. A Verona il neo sindaco miracolato neppure si è affacciato al comizio del leader del Pd.

Detto questo, si tratterebbe di capire che cosa sia il centrodestra. Aver perso in un capoluogo  dove governavi da tre o quattro lustri non è grave. E vale per chiunque. L’alternanza è sempre un bene, anche per i partiti e le coalizioni. Comunque chi perde ha sbagliato qualcosa, non ha risposto alle aspettative degli elettori.

Difficile dire quanto questo turno amministrativo possa anticipare in qualche modo il risultato delle prossime politiche. Se lo facesse, non sarebbe un buon risultato. L’Italia, dopo cinque anni di governi per caso, avrebbe bisogno di una maggioranza coesa e di un governo capace e stabile. Lasciamo stare i centrismi alla Mastella che, da Ceppaloni, spiega che, alleandosi con Di Maio da Pomigliano, potrebbe ottenere un 5 per cento utile sul mercato parlamentare. Magari ci riesce, ma non è di questo che l’Italia ha bisogno. Allora, sia a destra sia a sinistra, bisogna che i leader spieghino quale sarà il progetto che proporranno agli elettori. E con chi vogliano attuarlo, visto che non si appalesano all’orizzonte strabilianti maggioranze monocromatiche. Il Pd con chi vuole governare? Con Calenda, Renzi o con la polvere dei Cinquestelle? Le tre maggiori forze del centrodestra – FdI, Lega, FI – vogliono fare una somma aritmetica oppure sciogliere i nodi programmatici, cominciando con la politica internazionale, magari, per poi spiegare la politica economica e sociale? Vogliono il lavoro, la produzione, o un paese di baby pensionati e di sussidiati perenni? Vogliono stare in Europa e nel campo occidentale o altrove? Lo dicano. La situazione è fluida.  Ma non è più il tempo delle mezze parole.

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