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Primo Maggio e diritto-dovere al lavoro

Maggio 1, 20230
1 maggio 2023, un corteo poco affollato

La cosa più divertente che ho letto sul Primo Maggio è un post su Facebook. L’ha scritta un tizio convinto che il governo punti sulla pioggia per far fallire il Concertone romano. Ovviamente si riferisce alla risposta caustica della Meloni a Landini. Il leader della Cgil contestava la convocazione per oggi del Consiglio dei Ministri. “È la festa del lavoro, non del governo”, ha chiarito il sindacalista. E ha lamentato che i sindacati sono stati convocati tardivamente per confrontarsi sui provvedimenti sul cuneo fiscale  e sulle modifiche al reddito di cittadinanza, in sostanza sul cosiddetto decreto lavoro, che oggi – in una data simbolica – è stato varato.
La Meloni ha risposto che se è una festa la smettessero col Concertone, perché per farlo molti lavorano, non festeggiano.
Mi verrebbe da aggiungere una domanda su quanti e in che modo sono retribuiti, se per caso non si tratti di precari. Ma questa sarebbe, in fondo, solo perfidia.
La questione vera è chi rappresenta il sindacato. Almeno per me, che ritengo imprescindibile la rappresentanza sindacale dei lavoratori dipendenti. Non mi pento di aver fatto anche il sindacalista e, quando l’ho fatto, non ero “buono”. Ma tutti sappiamo che gli iscritti alle confederazioni sono in larga parte pensionati, dunque ex lavoratori. Anche loro devono avere rappresentanza, ma una cosa è fare il pensionato, una cosa un po’ diversa è andare in fabbrica, in ufficio, o dove volete, tutte le mattine. Senza dimenticare che tanti lavorano anche oggi: medici, infermieri, poliziotti, carabinieri, camerieri … l’elenco sarebbe lungo. Il mondo è cambiato, non da ieri. Le fabbriche esistono ancora, ma non stiamo parlando della rivoluzione industriale, né del boom economico. Poi, la pandemia ci ha messo del suo.

Roma, aspettando il Concertone

Dunque, al di là delle battute, che cosa vogliono i sindacati? Lavoro meno precario, retribuzioni più alte, meno tasse, più attenzione alla sicurezza, ecc. ecc. Quello che, in sostanza, giustamente, chiedono da sempre. Però, pur in un contesto economico nazionale non brillantissimo, è esattamente ciò di cui si sta occupando il governo. Si può fare di più? Dipende. Si può sempre fare di più, in teoria. Ma, se non si tiene conto del contesto, si rischia di far saltare il sistema. Meglio un passo per volta che promettere la luna. Una promessa che, nella nostra storia, e non solo nella nostra, ha contribuito a creare gli squilibri di cui soffriamo da decenni.

Non sono squilibri solo italiani. Sembra che in Francia si siano un po’ placate le proteste contro i pensionamenti a 64 anni piuttosto che a 62. Noi ci andiamo a 67, salvo chi fa lavori usuranti. E anche su questa definizione si potrebbe discutere. Viste da Roma, quelle proteste sembrano folli. Ma i francesi si sono abituati a vivere in un mondo che, per fare un esempio, garantisce una maggiore natalità grazie a servizi molto efficienti per le famiglie. Gran bella cosa. Ma costosa. Io vorrei che ci pensassimo anche noi. Anzi, lo spero. Ma poi i conti pubblici devono tornare. Se non tornano, si rischia il default. Il paese di Bengodi non esiste. Chi pensa che possa esistere non è un innocuo sognatore. Piuttosto un nemico del buon senso.

Torino, si bruciano bandiere

Ora, io sono convintissimo che molte cose non vanno. Sono contrarissimo al precariato permanente, anche se lo chiamiamo flessibilità. Alcuni settori economici hanno necessità strutturale di flessibilità. Ma, per come la penso io, i lavoratori flessibili meritano maggiori garanzie. Sono anche convinto che le retribuzioni siano in generale troppo basse rispetto al costo della vita, soprattutto per chi vive nelle città. Spesso gli imprenditori lamentano di non riuscire ad assumere personale qualificato. È un perverso circolo vizioso, che va interrotto. E l’unico modo possibile è abbassare la pressione fiscale. Il che non è nella disponibilità dell’imprenditore. Quelli bravi da tempo lo hanno capito e non si fanno pregare per garantire superminimi, ma il problema non si risolve solo con la buona volontà. Occorre che lo Stato riesca a perseguire gli evasori – che esistono – e a tenere in equilibrio le entrate. Non è facile. Non si fa in cinque minuti. Certo non è più il tempo di tergiversare. Ci riuscirà questo governo? Mi limito ad augurarmelo. Non per le sorti del governo in sé, ma per le sorti della Nazione. Una Nazione che pretende assistenza e, contestualmente, tende a rifiutare tutto. Vuole, appena meno dei francesi, la botte piena e la moglie ubriaca. Un modo di dire sgradevole, d’accordo, ma rende l’idea.

Allora, il problema sarebbe il Concertone? Sarebbe difendere a spada tratta la retorica della “repubblica fondata sul lavoro”? Perché di retorica si tratta. Non lo dico io. Potrei spiegare perché si tratta di retorica. Ma preferisco affidarmi a quanto Piero Calamandrei disse il 4 marzo del 1947 nella discussione generale nell’Assemblea Costituente. Potrei sintetizzare, ma forse si perderebbe il senso. Ogni tanto è bene ricordare.

Ecco il discorso di Calamandrei:

Prendo l’articolo 1 che dice questa bellissima cosa: «La Repubblica italiana ha per fondamento il lavoro». È una bellissima frase; ma io che sono giurista — questa d’altronde è la mia professione ed ognuno di noi bisogna che porti qui la sua esperienza e le sue attitudini, perché è proprio da questa varietà di attitudini e di esperienze che deriva la ricchezza e la pienezza di questa Assemblea — io come giurista mi domando: quando dovrò spiegare ai miei studenti che cosa significa giuridicamente che la Repubblica italiana ha per fondamento il lavoro, che cosa potrò dire? Dovrò forse dire che in Italia la massima parte degli uomini continueranno a lavorare come lavorano ora, che ci saranno coloro che lavorano di più e coloro che lavorano di meno, coloro che guadagnano di più e coloro che guadagnano di meno, coloro che non lavorano affatto e che guadagnano più di quelli che lavorano? Oppure questo articolo vorrà dire qualche cosa di nuovo, vorrà essere un avviamento che ci porti verso qualche cosa di nuovo? Mi accorgo allora che c’è un altro articolo, il 31, il quale dice che la Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni per rendere effettivo questo diritto. Ma c’è anche un dovere del lavoro, e infatti il capoverso dice che ogni cittadino ha il dovere ai svolgere un’attività: dunque diritto di lavorare ma anche dovere di lavorare. Debbo pensare che si voglia con ciò imitare quell’articolo della costituzione russa, nel quale è scritto il principio che chi non lavora non mangia? Ma se leggo più attentamente questo capoverso dell’articolo 31, vedo che esso dice precisamente così: «ogni cittadino ha il dovere di svolgere un’attività (e fin qui si intende che parla di lavoro) o una funzione che concorra allo sviluppo materiale o spirituale della società, conformemente alle proprie possibilità e alla propria scelta…» Dunque c’è chi svolge un’attività e c’è chi svolge una funzione. Questa funzione può essere anche una funzione spirituale; sta bene: ammetto che quella dei religiosi sia effettivamente una funzione sociale. Ma io penso a qualche altra cosa; penso agli oziosi, penso a coloro che vivono di rendita, a coloro che vivono sul lavoro altrui.

Milano, pacifismi

Nella Repubblica italiana, dove c’è il dovere di compiere un’attività o una funzione, coloro che vivono senza lavorare o vivono alle spalle altrui, saranno ammessi come soggetti politici? Ho paura di sì: ho paura che saranno ammessi e che essi diranno che il vivere senza lavorare, il vivere di rendita, non sarà un’attività, ma è certamente una funzione. (Si ride). E siccome ognuno può dedicarsi, dice l’articolo, alla funzione che meglio corrisponde alle proprie possibilità e alla propria scelta, essi hanno preferito la funzione di non lavorare, e quindi hanno pieno diritto di cittadinanza nella Repubblica Italiana… Si noti che in quest’articolo c’è un ultimo capoverso il quale dice che «l’adempimento di questo dovere è condizione per l’esercizio dei diritti politici»; ora questo è un capoverso che non corrisponde a verità: quale è infatti la sanzione di questo capoverso? Per l’esercizio dei diritti politici non è detto affatto in nessun altro articolo, né in nessuna legge elettorale, che sia condizione l’esercizio di un’attività o di una funzione. Ecco intanto qui una di quelle disposizioni in cui a ben guardare si annida una… (come la devo chiamare?) sì, una bugia; perché non è vero che l’adempimento di questo dovere sia condizione per l’esercizio dei diritti politici”.

L’intervento di Calamandrei è più lungo. Ma chiunque può leggerlo integralmente online consultando l’archivio storico della Camera.

Buon Primo Maggio!

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