Nel 1988 erano passati ben 39 anni dal 1949, quando il fondatore della Coldiretti Paolo Bonomi (1910-1985) fu eletto presidente della Federconsorzi [1]. Eppure l’allora giovane storico Guido Crainz non manca di ricordarlo, segnalando nella rivista “Italia contemporanea” dell’Istituto Nazionale Ferruccio Parri, il libro di Renato De Marzi Grano e potere [2]. Più che di una recensione si tratta di una legittima stroncatura. Nel saggio – nota Crainz – “Si sorvola rapidamente, ad esempio, su alcuni nodi essenziali degli anni venti e trenta, pietosi veli vengono stesi su alcune vicende degli anni quaranta (ad esempio sul modo in cui Paolo Bonomi si impadronisce della Federconsorzi), e più in generale si rimane costantemente al di sotto delle problematiche pur individuate nel dibattito storiografico” [3]
Come riuscì Bonomi a impadronirsene? Legittimamente o grazie a un sotterfugio? Il caso, strettamente politico, all’epoca fece scalpore. E se ne continuerà a parlare per decenni. Oggi definiremmo “d’inchiesta” il giornalismo di Ernesto Rossi [4]. E in effetti d’inchiesta si può definire un suo articolo pubblicato nel 1964 su “L’Astrolabio” [5], dedicato alle manovre interne alla Federconsorzi. Lo spunto sono le dimissioni del presidente Nino Costa, al quale il direttore generale Leonida Mizzi impedì di portare a termine la riforma dei Consorzi agrari provinciali. Mizzi, annota Rossi, è strettamente legato al presidente della Coldiretti Paolo Bonomi e agisce in suo nome. Per sostituire Costa, Bonomi avrebbe individuato, d’intesa con il presidente del Consiglio democristiano Aldo Moro e con il beneplacito del vicepresidente socialista Pietro Nenni, il pugliese Aldo Ramadoro. Tuttavia il candidato, consulente della Federconsorzi, non avrebbe titolo, non essendo iscritto a un Consorzio.
Rossi apprende dal quotidiano del Pci “l’Unità” che “il prof. Ramadoro, in fretta e furia, è stato iscritto come “socio” dell’importante organismo. Egli è stato adottato dal Consorzio agrario di Anagni (Frosinone), retto non già da un direttivo ma da un “commissario”, vale a dire da un funzionario della Federconsorzi. In questo modo, come “socio”, il prof. Ramadoro potrà essere eletto presidente”. “Il commissario del CAP di Anagni – rileva Rossi – è Antonio Aghemo, già federale fascista di Milano, ed oggi uomo di fiducia di Bonomi”. In effetti Aghemo fu un fascista della prima ora nella sua Bisceglie, sindacalista, deputato nel 1934, volontario nella guerra d’Etiopia, Consigliere Nazionale nel 1939, Federale di Milano nominato da Mussolini il 13 luglio 1943. Un percorso che non può stupire. È cosa nota che nel dopoguerra – anche grazie all’amnistia voluta dal ministro di Grazia e Giustizia Palmiro Togliatti e condivisa dal presidente del Consiglio Alcide De Gaspari il 22 giugno 1946 – una quota non marginale del personale politico fascista si riciclò nei nuovi partiti, Pci compreso. Ex presidente del cosiddetto “Tribunale della razza”, ministro di Grazia e Giustizia nei governi Pietro Badoglio, Gaetano Azzariti non fu consulente di Togliatti e infine presidente della Corte Costituzionale?
A parte la figura di Aghemo, Rossi sottolinea: “Questa iscrizione sarebbe evidentemente illegale: ma ha un precedente famoso, che a suo tempo, suscitò uno scandalo: una analoga iscrizione fasulla consentì all’on. Bonomi di diventare, nel 1949, socio del Consorzio agrario di Viterbo e poi presidente della Federconsorzi”. Il giornalista d’inchiesta Ernesto Rossi era stato particolarmente colpito dalle vicende della Federconsorzi, alle quali ha dedicato molti articoli ben tre libri critici, prima e dopo il caso Ramadoro: La Federconsorzi e lo Stato [6], Viaggio nel feudo di Bonomi [7], e con Piero Ugolini e Leonardo Piccardi, La Federconsorzi.
D’altra parte Paolo Bonomi è stato un protagonista della politica italiana del dopoguerra. Piemontese, discendente di una famiglia agricola del Novarese, vicino all’Azione Cattolica, partigiano cattolico nel Lazio, nel settembre del 1943 è nominato commissario liquidatore della Federazione Fascista dei Piccoli Coltivatori Diretti e il 30 ottobre 1944 fonda la Coldiretti, che presiede, e viene designato come rappresentante delle associazioni agricole nella Consulta Nazionale. Il 2 giugno 1946 viene eletto all’Assemblea Costituente per la Democrazia Cristiana. Rieletto nel 1948, promuove la riforma agraria attuata con la “legge stralcio” n. 841 del 21 ottobre 1950, che prevedeva l’esproprio coatto dei latifondi e la distribuzione delle terre ai braccianti, trasformandoli in piccoli imprenditori agricoli.
Bonomi sarà rieletto alla Camera in otto legislature, fino alla morte. Solo nel 1980 lascia la presidenza della Coldiretti e ne diventa Presidente onorario. Il 3 settembre 1949 viene eletto presidente della Federconsorzi, che guida fino al 1953, quando fu promulgata la legge sulle incompatibilità dei parlamentari. Bonomi, dunque – come scrive Guido Melis – divenne il dominatore del “settore dell’agricoltura italiana esprimendo una grande capacità di influenza e di mobilitazione elettorale” [8]. Naturalmente a vantaggio della Dc, ma diventò talmente potente da condizionarla. Ne era perfettamente consapevole, già all’inizio degli anni Cinquanta, Antonio Segni, ministro dell’Agricoltura e foreste dal 14 luglio 1946 al 26 luglio 1951. In una seduta del Consiglio dei ministri del 19 gennaio 1951, citata da Melis, Segni ammise “che cento deputati democristiani appartengono alle categorie agricole” [9]. Anche se, secondo il biografo di De Gasperi Piero Craveri, la Coldiretti, “nata ereditando le strutture dell’organizzazione fascista del settore, aveva poco a che fare con la precedente tradizione cooperativa e mutualistica del sindacalismo cattolico e nel dopoguerra si era trovata subito in conflitto con le sue rinascenti espressioni” [10]. Bonomi aveva dunque creato “una sorta di monopolio corporativo del settore, con una presenza attiva nei gruppi parlamentari della DC e la sua influenza organizzativa nel partito, divenendo tra l’altro un canale privilegiato di finanziamento” [11].
Sommare alla presidenza della Coldiretti quella della Federconsorzi non poteva che aumentare sensibilmente l’influenza di Bonomi sul mondo agricolo, mentre l’Italia provata dalla seconda guerra mondiale, era da poco supportata dal Piano Marshall del 1948 e ancora lontana del cosiddetto boom economico degli anni Cinquanta. La presidenza Federconsorzi Bononi – ottenuta a larghissima maggioranza – diventò comunque un caso. A sollevarlo fu, paradossalmente il deputato democristiano Ettore Viola (1894-1986) con una interpellanza alla Camera.
Va detto che Viola aveva un curriculum vitae di tutto rispetto. Toscano di Fornoli, frazione di Villafranca in Lunigiana, nel 1915 fu arruolato come soldato di fanteria, fece il corso per ufficiale di complemento e passò al servizio permanente effettivo per meriti di guerra. Capitano, nel 1918 comandò una compagnia di Arditi sul Monte Grappa e ottenne due Medaglie d’Oro e tre d’argento al valor militare. Nel 1920 partecipa all’Impresa di Fiume. Nel 1923 fonda l’Istituto del Nastro Azzurro. Nel 1924 viene eletto deputato in Toscana nel Listone Fascista. Console generale della Milizia, in dissenso con Mussolini nel 1927 si trasferisce in Cile, per tornare in Italia nel 1944. Nel 1924 era stato eletto presidente dell’Associazione combattenti e reduci e tornò a presiederla nel 1944, filo al 1958. Nel 1945 viene nominato nella Consulta Nazionale. Nel 1948 viene eletto in Abruzzo deputato per la Democrazia Cristiana. Nel 1958 viene rieletto deputato per il Partito Nazionale Monarchico guidato da Alfredo Covelli. Il 19 novembre 1957 aderisce alla scissione di Achille Lauro e, quindi, al suo Partito Monarchico Popolare. Nel 1969 Umberto II di Savoia lo insignisse del titolo di Conte di Cà Tasson [12]. Nel 1972 aderisce al PLI.
Un eroe di guerra, dunque, Ettore Viola di Cà Tasson, come viene definito curiosamente nel Portale Storico della Camera dei Deputati, non essendo riconosciuti dalla Repubblica Italiana i titoli nobiliari concessi dall’ex Re di maggio, neppure come cognomi[13]. Ma, per quanto interessa in questa sede, è significativo che il 7 febbraio 1951 il deputato Viola lascia la Dc ed entra nel gruppo misto. Paga, si può dire, l’interpellanza con la quale attacca frontalmente Bonomi e la sua gestione della Coldiretti e della Federconsorzi.
Nel pomeriggio del 6 giugno 1950 la Camera dei deputati è in seduta [14], con la presidenza di Giovanni Gronchi. Questo il resoconto dei lavori parlamentari.

“PRESIDENTE. L’onorevole Viola ha facoltà di svolgere la sua interpellanza.
VIOLA: Signor Presidente, onorevoli colleghi, un senso di profonda tristezza ho provato allorché mi sono visto denunziare al magistrato da due uomini che non stimo e che voi fra poco, dopo che avrò parlato, giudicherete. E un senso non di tristezza, ma di vero schifo ho provato stamane … […] “L’onorevole Bononi ha evidentemente tendenza. spiccata per le posizioni false. Ecco qui un documento: il Bonomi in data 17 novembre 1945 fa una domanda per essere iscritto al consorzio agrario provinciale di Roma affermando di essere un agricoltore, mentre invece non lo è; non possedeva nulla e non era mai stato agricoltore, neanche come affittuario. Questo semplicemente per dire che Bonomi ama le posizioni irregolari. <La denunzia di Viterbo è caduta> mi hanno fatto osservare gli onorevoli probiviri, ma la questione in sede civile e morale permane nel senso che il titolo, per mezzo del quale poté concorrere alla presidenza della Federconsorzi non poteva derivare da un contratto di affitto giuridicamente inesistente: inesistente perché la indicata proprietaria non aveva mai posseduto il terreno a lui affidato.
Quanto alla presidenza dell’onorevole Bonomi, onorevole ministro Segni, ella sa benissimo che le elezioni furono irregolari, e per questa semplice ragione: perché hanno votato 17 commissari: Anche se ne avesse votato uno soltanto ella mi insegna, onorevole ministro, che le elezioni non possono essere valide, non perché un voto incida nel risultato delle elezioni, ma perché quei 17 individui nell’assemblea hanno potuto esercitare una influenza che non potevano esercitare. Essi dovevano rimanere alla porta.
E, poi, onorevole ministro…
SEGNI, Ministro dell‘agricoltura e delle foreste. Noi abbiamo seguito il parere dell’Avvocatura dello Stato.
VIOLA. … Perché, invece di fare svolgere e elezioni nella sede appropriata, nella Federazione dei consorzi, ella ha convocato i rappresentanti al Ministero? Perché l’assemblea si è tenuta nel Ministero? Potrebbe rispondermi che non c’era capienza nella sede della Federazione. Ma allora perché nell’aprile scorso si è tenuto un convegno in quella stessa sede? Ciò vuol dire che la capienza c’era! Ma queste sono cose di relativa importanza”.
Nel quadro di un intervento molto ampio, che riguarda anche la gestione della Coldiretti, Viola fa palese riferimento alla non validità dell’iscrizione di Bonomi al Consorzio agrario di Viterbo, senza la quale non avrebbe potuto candidarsi alla presidenza della Federconsorzi. Il ministro Segni nega l’invalidità dell’iscrizione, assicurando che l’Avvocatura di Stato l’ha invece ritenuta legittima. Tuttavia Viola chiede e ottiene che sia nominata una Commissione d’inchiesta, che sarà presieduta dal repubblicano Ezio Amadeo. Se ne riparlerà nella seduta del 20 ottobre 1950 [15], con la presidenza di Gronchi e del vicepresidente socialista Ferdinando Targetti. Il clima è teso. Le opposizioni contestano l’esito dei lavori della Commissione.
Qui di seguito i passaggi più rilevanti.

“PRESIDENTE. Come è stato ieri annunziato, la Commissione di indagine chiesta dal deputato Viola riferisce oggi alla Camera sui propri lavori e sulle conclusioni cui è pervenuta. Prima di dare la parola all’onorevole Amadeo[16], presidente della Commissione, do lettura di una lettera che l’altro ieri sera, prima che la Commissione procedesse alla stesura definitiva delle conclusioni, mi pervenne dagli onorevoli Gullo[17] ed Amadei[18]: “Con sincero rammarico dobbiamo comunicarle che in seguito alla seduta odierna della Commissione di indagine per il caso Viola, siamo costretti a dichiarare di dimetterci da componenti della Commissione stessa. La decisione, di cui non ci dissimuliamo la gravità, ci è stata imposta dal fatto che la maggioranza della Commissione ha ritenuto di respingere la proposta di inserire nella relazione finale il motivato giudizio della minoranza sulle varie questioni che hanno dato luogo a discordi pareri. Tale atteggiamento della maggioranza ci avrebbe posto nella inaccettabile situazione di dover apparire corresponsabili di decisioni da noi non condivise. Mentre la ringraziamo della fiducia di cui ha voluto onorarci e che ci auguriamo non debba essere menomata da questa nostra determinazione, le esprimiamo i sensi del nostro più vivo ossequio”. Non do lettura di una lettera che mi è pervenuta successivamente dall’onorevole Viola, perché, con una mancanza di correttezza che certo è stata involontaria, ma che non può non essere rilevata, tale lettera è stata resa di pubblica ragione prima che se ne potesse dare annunzio all’Assemblea”.
Il presidente Gronchi nega la parola a Silvio Paolucci (Psi) e Gian Carlo Pajetta (Pci) prima della relazione e invita a parlare il presidente della Commissione Amodeo.
“AMADEO, Presidente della Commissione.
Onorevoli colleghi! I1 Presidente della Camera, nella seduta del 7 giugno ultimo scorso nominò una Commissione d’indagine, ai sensi dell’articolo 4 del regolamento di questa Assemblea, per esprimere il giudizio sulla fondatezza delle accuse mosse all’onorevole Viola dagli onorevoli Bonomi, Spataro [19], Coccia [20] e Casoni [21], e all’onorevole Giammarco [22] dall’onorevole Viola. La Commissione risulta composta. dai deputati Amadeo, Bettiol Giuseppe [23] Costa [24], Dossetti[ 25], Fumagalli [26], Gullo, Martino Gaetano [27], Resta [28] e Rossi Paolo [29]. […]
Caso Bonomi. – Le accuse formulate dall’onorevole Viola contro l’onorevole Bonomi sono state oggetto di accurata indagine da parte della Commissione, la quale ha udito l’onorevole Viola nelle sedute del 15 e 16 giugno, l’onorevole Bonomi nelle sedute del 23, 25 giugno, 3 e 4 luglio 1950, e ha interrogato dieci testi indotti dall’onorevole Viola, sette indotti dall’onorevole Bonomi, uno presentatosi spontaneamente, esaminando, inoltre, una copiosa documentazione fornita da entrambe le parti. Le accuse si dividono in due gruppi ben distinti, per epoca e contenuto. I1 primo si riferisce all’attività dell’onorevole Bonomi anteriormente alla sua nomina a deputato, quale impiegato dirigente della S.A. Bombrini-Parodi-Delfino, in Colleferro; il secondo è relativo all’attività dell’onorevole Bonomi, già eletto deputato, in rapporto alla Confederazione coltivatori diretti e poi alla Federazione dei consorzi agrari. L’onorevole Viola ha prodotto il diario del dottor G. Crisari, da lui già letto parzialmente alla Camera nella seduta pomeridiana del 6 giugno 1950, nel quale diario sono contenute parecchie notazioni relative a merci di molto valore fatte asportare, ad opera del Bonomi, dai magazzini di Colleferro, senza buoni di prelievo, con buoni alterati, o in altri modi irregolari.
L’onorevole Bonomi, ben lungi dal contestare la verità delle singole annotazioni del Crisari, ha dichiarato di avere fatto asportare dai magazzini di Colleferro, dopo 1’8 settembre 1943, non soltanto le merci indicate nel diario, ma anche altre, in misura molto maggiore, e di essersi a ciò adoperato coll’esplicito consenso, anzi per ordine, della società, per due scopi: lº) quello di sottrarre quanto più materiale fosse possibile alla minacciata rapina dei reparti tedeschi accampati a Colleferro; 2º) quello di provvedere, col ricavato di una parte del materiale sottratto, e ciò sempre con notizia e consenso, della società proprietaria, al mantenimento di una grossa banda di partigiani operante, sotto il suo comando, nella zona di Colleferro-Roma. (Commenti nell’estrema sinistra) L’onorevole Bonomi ha spiegato le aspre annotazioni del diario, dicendo che il Crisari era stato tenuto, per prudenza, all’oscuro sia dell’attività partigiana, sia delle segrete istruzioni della ditta, talché egli poteva ben sospettare che i prelievi si facessero fraudolentemente. Le seguite indagini hanno dimostrato la esattezza delle due circostanze asserite dal Bonomi: vero che la società Bombrini-Parodi-Delfino aveva dato ordine ai dirigenti a far sparire e nascondere, con gli artifici più adatti nel difficile momento, quanta merce fosse possibile; vero che il Bonomi era capo di una banda partigiana (variamente valutata, ma certo numerosa), alle cui esigenze egli doveva provvedere – come ha provveduto – per autorizzazione della ditta, col ricavato di merce prelevata dai magazzini e venduta al meglio. […]
Più complesso si presenta l’esame del gruppo di censure in ordine all’attività dell’onorevole Bonomi nell’ambito della Confederazione coltivatori diretti e della Federazione dei consorzi agrari. La prima accusa da vagliarsi, nell’ordine logico, è quella relativa alla qualità o meno di agricoltore del Bonomi e ai mezzi da lui seguiti per ottenere l’iscrizione nell’anno 1945 al consorzio agrario di Roma e nel 1948 a quello di Viterbo. Si disse dall’onorevole Viola che l’onorevole Bonomi ha falsamente dichiarato di essere un agricoltore, mentre invece non lo è non possiede e non ha mai posseduto terre, neanche come affittuario. Di vero risulta che il Bonomi era impiegato nell’industria e non si occupava direttamente di agricoltura, negli anni 1943-44, mentre un’attività diretta di agricoltore non è dimostrata nemmeno per gli anni seguenti. È tuttavia, da notarsi che il Bonomi, nell’anno 1945 dopo, era associato alla conduzione, insieme con i fratelli, di un fondo in provincia di Novara, come è stato accertato anche giudiziariamente con la sentenza 3 giugno 1950 del giudice istruttore di Viterbo, nella quale si legge: “Il Bonomi ha largamente provato, mediante documenti ineccepibili, che era effettivamente agricoltore, anche se esercitava l’agricoltura in provincia di Novara”.
PAJETTA GIAN CARLO. Per corrispondenza ! . . .
AMADEO, Presidente della Commissione.
Più che di accertare se l’onorevole Bonomi dedicasse in concreto la prevalente sua attività di agricoltura negli anni 1945 e 1948, si tratta di stabilire se egli abbia commesso una falsità giuridicamente, o anche solo moralmente, rilevabile col dichiararsi agricoltore chiedendo l’iscrizione nei consorzi di Roma e Viterbo. Parve che sì a due commissari, per i seguenti riflessi: l’onorevole Bonomi, sebbene interessato nell’agricoltura come erede del padre e associato con i fratelli, ne lasciava ad essi la direzione, occupandosi di tutt’altre cose; l’onorevole Bonomi, nella domanda di scrizione nel consorzio di Roma, si disse agricoltore, sottacendo che tale qualità, se mai, egli poteva vantare nella provincia di Novara e non in quella di Roma; l’onorevole Bonomi nella domanda del 3 giugno 1948 al consorzio di Viterbo, allegò la qualità di “affittuario” di un fondo, della estensione di tre ettari, in agro di Viterbo; fondo per il quale egli aveva, bensì, un di contratto, di data certa, perché registrato in Viterbo il 10 maggio 1948, al n. 4088, ma non l’effettiva diponibilità in quanto il fondo stesso risultava, all’epoca, ancora occupato, de facto, dal precedente conduttore, il quale lo lascia libero soltanto nel novembre dello stesso anno.
La Commissione, a grande maggioranza, ha ritenuto che l’onorevole Bonomi per l’iscrizione nei consorzi di Roma e Viterbo non meriti alcuna critica, anche se si esamini la sua condotta con i criteri del più stretto rigore. Si vuol prescindere, infatti, da due considerazioni, che pure avrebbero peso decisivo, se si dovesse, in questa sede, esprimere un giudizio legale anziché di severa eticità: la prima considerazione è che molti amministratori e dirigenti di organismi di categoria, che membri di questa Camera, hanno bensì appartenenza nominale alla categoria che rappresentano, ma non sono, di fatto, marittimi, contadini, metallurgici, ecc., più di quanto l’onorevole Bonomi non fosse, di fatto, agricoltore; basta, per comune consenso, che essi abbiano origine dalla categoria, interesse, competenza per i suoi problemi, e, soprattutto, fiducia da parte degli iscritti (elementi che l’onorevole Bonomi possedeva in pieno); la seconda considerazione è che i consorzi di Roma e Viterbo, organismi indipendenti, sono i soli ed insindacabili giudici dei titoli di ammissione dei loro iscritti. Ma, come si è detto, queste osservazioni pregiudiziali si lasciano in disparte per affermare, alla stregua delle positive risultanze documentali, i seguenti punti: a) l’onorevole Bonomi chiese l’iscrizione nel consorzio di Roma con un modulo, a stampa, dal quale non risultava in alcun modo l’obbligo o la presunzione dell’esercizio dell’agricoltura in provincia di Roma; b) al momento della domanda di iscrizione a Roma vigeva la legge sui consorzi agrari 16 maggio 1942, n. 561, molto ampia, la quale consentiva l’iscrizione non solo ai conduttori di fondi, ma a coloro che avessero interessi connessi con l’agricoltura, talché il Bonomi poteva con tutta facilità trovare in essa le disposizioni che gli consentivano di iscriversi; c) al 3 giugno 1948 (domanda per Viterbo, quale affittuario) non vigeva ancora la più severa legge 7 maggio 1948, n. 1235, pubblicata soltanto il 16 ottobre 1948 (supplemento alla Gazzetta Ufficiale n. 242), e, comunque, la qualità di affittuario era vera, provata e giuridicamente legittima perché il contratto relativo era stato stipulato col proprietario, mentre l’occupante provvisorio non aveva titolo concretamente serio in quanto a breve distanza di tempo il Bonomi conseguiva anche la materiale disponibilità del fondo.
Segue un’accusa che nel discorso pronunziato alla Camera dall’onorevole Viola appena indirettamente adombrata, ma che l’onorevole Viola stesso, ha sostenuto e precisato più ampiamente davanti la Commissione: quella di avere l’onorevole Bonomi esercitato, per assicurarsi l’elezione alla presidenza della federazione dei consorzi agrari, un’opera di accaparramento dei voti, mediante pressioni, promesse ed anche erogazioni di denaro. Parve ad alcuni membri che la Commissione non dovesse occuparsi di tale accusa, perché non compresa specificamente tra quelle formulate dall’onorevole Viola nel corso della sua interpellanza alla Camera, e quindi, fuori dell’ambito per cui la Commissione ha ricevuto mandato d’indagine; prevalse invece il criterio estensivo. Si sono raccolte, su questo punto, tutte le testimonianze indicate dall’onorevole Viola. Nessuno ha deposto su atti personali dell’onorevole Bonomi, ma alcuni testi, sostenitori della candidatura avversa a quella dell’onorevole Bonomi, hanno riferito sul comportamento di sostenitori della candidatura Bonomi. Si è parlato di promesse d’impiego, o meglio di speranze suscitate in tal senso, di larvate minacce verso i sostenitori delle opposte candidature, e persino, ad opera di un teste, di fogli da mille e da cinquemila che si sarebbero visti circolare fra le mani degli elettori sulla porta di una sezione. Altri testi hanno escluso qualsiasi forma di indebita ingerenza, non solo ad opera dell’onorevole Bonomi (il cui intervento diretto e personale è comunque escluso, come sopra riferito), ma anche ad opera di altri.
L’apprezzamento complessivo delle risultanze ha trovato la Commissione divisa, ma si è concluso, col negare il fatto attraverso tre ordini di motivi: 1º) l’esclusione di qualsiasi attività addebitabile personalmente all’onorevole Bonomi; 2º) l’autonomia delle operazioni elettorali dei vari consorzi, diverse e distinte da quelle per la elezione del presidente; 3º) l’equivocità dei testi affermanti l’accusa, i quali riferiscono, bensì, talune loro impressioni, ma non precisano singoli fatti, positivi e accertabili, di promessa, minaccia o corruzione. Il teste dottor Ruggeri, candidato contro l’onorevole Bonomi alla presidenza della Federconsorzi, ha bensì lungamente parlato di tali addebiti, ma la sua credibilità è inficiata dall’interesse derivante dalla predetta posizione nonché da contraddizioni patenti nelle quali è caduto nella sua deposizione.
Si è fatto carico all’onorevole Bonomi di un comportamento fazioso, dopo la sua elezione a presidente della Federazione dei consorzi agrari, per avere operato licenziamenti ed assunzioni in modo arbitrario e personalistico. I testi addotti dall’onorevole Viola sono alcuni ex funzionari licenziati, i quali hanno espresso il loro naturale disappunto per il licenziamento subito, ma non hanno recato la prova di che una qualsiasi faziosità abbia ispirato il provvedimento nei loro confronti. Non vi furono molti licenziamenti, né molte assunzioni. Vi fu, nel complesso, una certa riduzione del personale, dettata da criteri semplicemente amministrativi; così hanno deposto, in modo del tutto persuasivo e col conforto di una sicura documentazione, i dirigenti responsabili della Federazione dei consorzi agrari. (Commenti all’estrema sinistra).
La Commissione non ha ritenuto di prendere in esame talune censure dell’onorevole Viola relative ai criteri amministrativi interni della Federazione dei consorzi agrari. Anzitutto l’onorevole Viola sembra averle abbandonate, perché non ha fornito, nel corso dell’indagine, alcun elemento probatorio o illustrativo. Secondariamente si tratterebbe di dettagli tecnici che non implicano apprezzamenti d’ordine morale né riguardano la figura politica o privata del Bonomi. Non è certo qui il caso di indagare se il grano ammassato nel ravennate e nel mantovano abbia realmente subito avaria, e se ciò sia avvenuto per colpa dei consorzi agrari di Ravenna o di Mantova, con i quali l’onorevole Bonomi non ha mai avuto a che vedere. Come non è il caso di decidere sulla compatibilità della carica di presidente di un consorzio agrario provinciale con quella di ispettore del Ministero dell’agricoltura; si tratta di rilievi che obiettivamente non possono colpire l’onorevole Bonomi”.
La seduta della Camera prosegue con la relazione del presidente della Commissione su altri temi, relative ai contenuti dell’interpellanza di Viola, che riguardano vicende dell’attività della Federconsorzi, sugli ammassi e altro. La Commissione non rileva criticità. Bonomi viene “assolto”.
Va notato, tuttavia, che nell’esporre la sua interpellanza Viola parla di una “proprietaria” del fondo agricolo affittato a Viterbo a Paolo Bonomi. La relazione della Commissione parla di un contratto di affitto, “registrato il 10 maggio 1948, al n. 4088, ma non l’effettiva diponibilità in quanto il fondo stesso risultava, all’epoca, ancora occupato, de facto, dal precedente conduttore, il quale lo lascia libero soltanto nel novembre dello stesso anno”. Nessun accenno al proprietario del fondo né al conduttore dello stesso. Eppure i nomi erano noti.
Lasciamo da parte il conduttore Antonio Poletti [30] e concentriamoci sul proprietario, o meglio sulla proprietaria. A firmare il contratto, il 25 aprile 1948, fu la signora viterbese Clara Achilli (1903-1982), moglie di Carlo Petroselli (1901-1950). Irrilevante? Non proprio, perché Carlo Petroselli, presidente della Cassa Rurale cattolica di Viterbo dal 1930, fondò la Coldiretti provinciale. Il primo congresso – tenutosi l’11 maggio 1946 – lo confermò presidente. Il congresso fu presieduto da Paolo Bonomi. Petroselli, nella sua relazione, disse, tra l’altro, che “Trovammo un cammino irto di difficoltà, perché bisognò innanzitutto ridare fiducia alla categoria, resa diffidente per i trascorsi delle organizzazioni sindacali di vecchio tipo, fiducia verso una nuova organizzazione, democratica nei principi e snella nei suoi mezzi funzionali” [31].
Il 24 aprile 1946 si tennero a Viterbo le elezioni comunali. Petroselli fu eletto consigliere e fu assessore nella giunta del sindaco democristiano Felice Mignone. Il fratello maggiore, l’avvocato Tommaso Petroselli, (1887-1964) partigiano nelle bande “Viterbo Alto Lazio”, fu nominato con decreto prefettizio presidente della Cassa di Risparmio di Viterbo il 12 luglio 1944 e confermato del ministro del Tesoro liberale Marcello Soleri il 4 gennaio 1945 [32]. Il nipote di Petroselli, Ferdinando Micara [33], (1904-1995) fu nominato dal prefetto Socrate Forti commissario della provincia. La Dc, nell’ex capoluogo della Delegazione pontificia del Patrimonio di San Pietro, provincia del Regno nel 1927, stava impostando una primazia politica che durerà fino al 1995, quando fu eletto il primo sindaco di Alleanza Nazionale. Non per caso il dirigente viterbese del Pci Luigi Petroselli (1932-1981) non fece strada a Viterbo, bensì a Roma, e fu sindaco della Capitale dal 1979-1981.
Morto l’8 febbraio 1950, Carlo Petroselli non poté essere chiamato a testimoniare dalla Commissione d’inchiesta. Per chiudere, il fondo affittato da Bonomi in località Acquarossa non era proprietà di Clara Achilli, né del marito, ma di proprietà ecclesiastica, della Cura di San Sisto [34].
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PS: Per correttezza chiarisco che Carlo Petroselli era il fratello minore di mio nonno materno Filippo Petroselli (1886-1975), che negli anni cinquanta del Novecento fu eletto consigliere provinciale di Viterbo per la Democrazia Cristiana. Per questo ho curato: Filippo Petroselli, Ospedale da campo. Memorie di un medico cattolico, dalla guerra di Libia a Caporetto, Rubbettino, Soveria Mannelli 2017.
Chiarisco inoltre che tra la mia famiglia Petroselli e quella di Luigi Petroselli non ci sono rapporti di parentela.
NOTE
[1] Federazione italiana dei consorzi agrari, FEDIT (1892-1991).
[2] Renato De Marzi, Grano e potere. La Federconsorzi, cento anni di lotte per il dominio delle campagne, Edagricole, Bologna 1987.
[3] “Italia contemporanea”, fascicolo 173, 1988, pp. 138-139.
[4] Ernesto Rossi (1897-1967), volontario nella Grande Guerra, nazionalista, collaboratore dal 1919 al 1922 del mussoliniano “Popolo d’Italia”. Dal fascismo lo allontanò l’incontro con Gaetano Salvemini e partecipò nel 1923 alla formazione di “Italia Libera” con Pietro Calamandrei e Carlo Rosselli, per fondare nel 1925 con Rosselli il giornale antifascista clandestino “Non mollare”. Dirigente di “Giustizia e Libertà”, fu arrestato nel 1930 e condannato dal Tribunale speciale a 20 anni, prima al carcere e poi al confino a Ventotene. Dopo la Liberazione aderì al Partito d’Azione e fu deputato nella Consulta Nazionale del Regno (25 settembre 1945-24 giugno 1946), sottosegretario al Ministero della Ricostruzione nel governo Parri (21 giugno 1945-24 novembre 1945) e presidente dell’ARAR (Azienda Rilievo Alienazione Residuati) fino al 1958. Sciolto il Pd’A, aderì nel 1955 al Partito Radicale. Collaborò a “Il Mondo” di Mario Panunzio (1949-1962), a “Cronache del mondo” e, infine, dal 1962 a “L’Astrolabio. Problemi di vita italiana”, diretto da Ferruccio Parri.
[5] E. Rossi, La Federconsorzi e il Parlamento. Il Pozzo di San Patrizio, in “L’Astrolabio”, direttore Ferruccio Parri, a. II, n. 6, 25 marzo 1964, pp. 25-29.
[6] E. Rossi, La Federconsorzi e lo Stato, Nuova Italia, Firenze 1963. Con Piero Ugolini e Leonardo Piccardi, La Federconsorzi, Feltrinelli, Milano 1963. Sul tema uscì il coevo Manlio Rossi-Doria, Rapporto sulla Federconsorzi, Laterza, Roma-Barri 1963.
[7] E. Rossi, Viaggio nel feudo di Bonomi. Federconsorzi, Coldiretti, Federmutue, Ente risi, Uma, Anb, Fata, Inipa, Editori Riuniti, Roma 1965
[8] Guido Melis, Le istituzioni della Repubblica italiana 1946-1994, il Mulino, Bologna 2026, p.114.
[9] Ivi, p. 114 nota.
[10] Piero Craveri, De Gasperi, il Mulino, 2006, p.446, cit. in G. Melis, Le istituzioni della Repubblica italiana 1946-1994, cit., p. 114 nota.
[11] Ivi
[12] Cfr. Annuario della Nobiltà Italiana, XXXI edizione, Teglio 2010, volume III, titolati umbertini.
[13] La XIV disposizione transitoria della Costituzione prevede: “I titoli nobiliari non sono riconosciuti. I predicati di quelli esistenti prima del 28 ottobre 1922 valgono come parte del nome”.
[14] Cfr. Atti Parlamentari – DISCUSSIONI – SEDUTA POMERIDIANA DEL 6 GIUGNO 1950. Interrogazioni e interpellanze, pp. 19116 – 19117.
[15] Cfr. Atti Parlamentari – pp. 22981- 23002 – Camera dei Deputali – DISCUSSIONI SEDUTA DI VENERDÌ 20 OTTOBRE 1950. PRESIDENZA DEL PRESIDENTE GRONCHI INDI DEL VICEPRESIDENTE TARGETTI. Relazione della Commissione d’indagine chiesta dal deputato Viola.
[16] Ezio Amadeo (Pri)
[17] Fausto Gullo (Pci)
[18] Leonetto Amadei (Psi)
[19] Giuseppe Spataro (Dc)
[20] Paolo Caccia (Dc)
[21] Giacomo Casoni (Dc)
[22] Giuseppe Giammarco (Dc)
[23] Giuseppe Bettiol (Dc)
[24] Gastone Costa (Psi)
[25] Giuseppe Dossetti (Dc)
[26] Luigi Camillo Fumagalli (Dc)
[27] Gaetano Martino (Pli)
[28] Raffaele Resta (Dc)
[29] Paolo Rossi (Psli)
[30] Cfr. Alfonso Pascale, La CIA. Dalla costituente contadina alla conclusione della presidenza Avolio, Tra racconto autobiografico e storia,s.i.e, 2024, p. 101.
[31] Cfr. Verbale del Iº Congresso Prov.le dei Dirigenti delle Sezioni comunali dei Coltivatori Diretti del 11 maggio 1946 (manoscritto in Archivio della Federazione provinciale coltivatori diretti di Viterbo)
[32] Gazzetta Ufficiale del Regno d’Italia, n. 10, 23-1-1945, p. 86. Soleri fu ministro del Tesoro dal l giugno del 1944 al luglio del 1945 nei due governi Bonomi e nel primo mese del governo Parri.
[33] Ferdinando Micara era figlio di Lodovico Micara (1876-1957), fratello di Clemente (1879-1965), elevato a Cardinale Vescovo di Velletri da Papa Pio XII nel 1946, Cardinale Vicario di Roma dal 1951.
[34] Cfr. Alfonso Pascale, La CIA, cit. p.101.

