Roma, 27 aprile 1944. Lo storico Attilio Tamaro annota nel suo diario: <Continuano a narrare di torture inflitte agli inquisiti politici e dai Tedeschi e dalla polizia repubblicana. Vorrei non credere a tanto imbarbarimento […]. È indubitabile che in via Romagna, nella pensione Jaccarino, il questore Caruso, aiutato da certo Koch e da gruppi di teppisti del fascio, gareggia, nel malmenare e nel bastonare gli inquisiti, coi flagelli di Via Tasso Si sentono allo sbaraglio […] e reagiscono come belve>. Questo è il clima a Roma, poche settimane dopo l’attentato dei Gap a via Rasella del 24 marzo e la strage delle Fosse Ardeatine del giorno seguente. Una Roma di povertà, di speranza, di paura, dove imperversa l’occupazione nazista sostenuta da quel che resta deimiliziani della Rsi. In teoria mantenere l’ordine spetterebbe al questore Pietro Caruso, ma si affida al reparto speciale di polizia non per caso battezzata “Banda Koch”, dal nome del poliziotto Pietro, un macellaio.
È in questo contesto tragico, mentre si attende l’arrivo degli Alleati, che libereranno Roma il 4 giugno, i partigiani operano come possono, consapevoli di essere braccati, ogni giorno, in tutti i quartieri della capitale. Il 27 aprile Koch era attivo nel rione Ludovisi. Un mese dopo, il 28 giugno, i suoi scherani sono a pochi chilometri di distanza, nel quartiere Nomentano. In quei giorni – ricorda Massimiliano Coccia, autore di Eugenio Colorni. Per un’Europa libera e unita (Giuntina, Firenze 2026 – <era sottoposto a una vigilanza ad alto impatto: sia le S.S. sia la Banda Koch presidiavano le vie del quartiere alla ricerca dei vertici dei Gruppi di Azione Patriottica>.
Forse Eugenio Colorni e i suoi due compagni, rimasti senza nome, non dettero credito agli avvertimenti. Imboccano via Michele di Lando ma due miliziani della Koch li pedinano. <Urlano ai tre di fermarsi. Colorni si ferma, si gira, li guarda. Ha paura. Ma con sicurezza mostra il suo documento d’identità falso>. Si avvicina, colpisce con un pugno un miliziano e comincia a correre. Il miliziano gli spara. Tre colpi. Interviene un abitante della zona. Viene portato all’Ospedale San Giovanni. Alle 8 e trenta del 30 giugno muore, trentacinquenne.
Colorni era riuscito a dileguarsi dal confino a Menfi e a raggiungere Roma, con la moglie Ursula Hirschmann e le tre figlie. Quel mattino – come scrive Liliana Segre nella prefazione al volume – l’Italia perde <un fine studioso, uno dei più importanti filosofi del Novecento, precursore di un nuovo modo di intendere il lavoro culturale> […], il primo intellettuale integralmente europeo, capace di intuizioni profonde e di connessioni essenziali in tutte le sue materie di studio. Un sapere che ha fatto progredire in modo importante la cultura europea, ispirando generazioni di studiosi>.
Nella capitale Colorni si getta nella lotta. Il 25 dicembre 1946, nel numero speciale dedicato al “Cinquantenario dell’Avanti!” Sandro Pertini, lo ricorderà come <mio indimenticabile fratello d’elezione>, e come <si prodigasse per far sì che l‘Avanti! [all’ora clandestino] uscisse regolarmente. Egli in persona, correndo rischi di ogni sorta, non solo scriveva gli articoli principali, ma ne curava la stampa e la distribuzione, aiutato in questo da Mario Fioretti, anima ardente e generoso apostolo del Socialismo. A questo compito cui si sentiva particolarmente portato per la preparazione e la capacità della sua mente, Colorni dedicava tutto se stesso, senza tuttavia tralasciare anche i più modesti incarichi nell’organizzazione politica e militare del nostro Partito. Egli amava profondamente il giornale e sognava di dirigerne la redazione nostra a Liberazione avvenuta e se non fosse stato strappato dalla ferocia fascista, egli sarebbe stato il primo redattore capo dell‘Avanti! in Roma liberata e oggi ne sarebbe il suo direttore>. <Aveva – ne scrisse Claudio Pavone in La mia Resistenza – un’autorità intellettuale e morale da vero dirigente ed esercitò subito su di noi, giovani antifascisti di fresca data, una grande influenza. Di appena dieci anni più anziano, aveva il prestigio del vecchio militante antifascista che aveva conosciuto ilcarcere e il confino, ma era anche un grande intellettuale di formazione mitteleuropea >.
Milanese, ebreo laico, non praticante, tentato dal sionismo, di cultura socialista, antifascista, aveva studiato in Germania e sposòuna militante politica ebrea tedesca. Colorni è forse non più molto conosciuto, soprattutto dalle giovani generazioni. Bisogna dunqueessere grati a Massimiliano Coccia per averne riportato alla luce la figura con la sua biografia. Si tratta di un saggio, naturalmente, ma scritto con la penna del cronista e insieme del romanziere. Una scrittura incalzante, capace di coinvolgere i lettori, anche chi lo ricorda soltanto per il suo impegno antifascista e per la sua introduzione al cosiddetto Manifesto di Ventotene, base teorica del movimento del federalismo europeo, scritto nel confino da Altiero Spinelli ed Ernesto Rossi.
Biografia di grande interesse, dunque, anche grazie ai consigli di Renata Colorni. Biografia arricchita da testi pubblicati in appendice. Si tratta di scritti – come segnala Coccia – che <Letti nel loro insieme […] consentono di restituire alla riflessione di Colorni la sua dimensione originaria: quella di un pensiero che nasce dentro una situazione storica estrema, nel quale l’elaborazione filosofica e l’azione politica risultano inseparabili>.
Di particolare interesse è la lettera che Colorni scrive ad Altiero Spinelli nel giugno-luglio 1943. Una lettera critica, che sollecita una riflessione, anche dopo decenni, sul contenuto del Manifesto e sulle sue prospettive europeiste. Colorno si manifesta antiamericano, contrario all’imperialismo britannico, critico del rifiuto di una futura Europa federale che non apprezzi il sistema economico collettivista, e dunque comprenda anche la Russia sovietica e una eventuale Germania comunista. <E se non erro – scrive -, proprio la vostra discussione coi liberali, e il vostro urto con loro è dipeso dalla vostra affermazione che per costruire l’Europa sarà necessario un primo periodo autoritario, dittatoriale, collettivista. Ora gli uomini capaci di mettere in opera con serietà e coerenza un tale regime, sono, per vostra stessa confessione, i comunisti. Ciò che vi fa deprecare una soluzione comunista […] è che ritenete che per i comunisti la dittatura, e il collettivismo economico, siano fini a se stessi; siano metodi permanenti di governo, e non semplici espedienti provvisori. Ora io ritengo il comunismo (e in specie il comunismo europeo) molto più capace di evolversi di quanto voi non crediate>. Un testo che pretende una riflessione.
Eugenio Colorni. I sogni di un giovane intellettuale partigiano sacrificatosi per la libertà

