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Pietà, zombie e misteri

Agosto 23, 20220

Qualcuno rimprovera i politici italiani per non aver espresso sufficiente indignazione per l’assassinio di Darya Dugina, la trentenne figlia di Aleksandr Dugin vittima di un attentato alla periferia di Mosca.

Aleksandr DuginIo, che non sono un politico, posso tranquillamente farlo. Più che indignazione, in verità, posso esprimere dolore per la morte della ragazza e solidarietà umana per il padre. Lo stesso dolore che provo per la morte violenta di qualsiasi essere umano. Purtroppo, ogni giorno, di omicidi ce ne sono talmente tanti, in Italia e ovunque, che dovremmo vivere nel dolore. Da sempre, da secoli, da Caino e Abele. Il dolore è sempre uguale, gli omicidi no. Non esiste un omicidio giusto. Sono contrario anche alla pena di morte. Il più crudele degli assassini, secondo me, merita di marcire in carcere. Spero anche quello che ha piazzato l’esplosivo nella Toyota guidata da Darya Dugina, chiunque esso sia. Perché la figlia di Dugin è stata uccisa a sangue freddo, non in un combattimento tra eserciti nemici.

Darya Dugina

Questo è l’aspetto umano. Poi dovremmo capire, in questo caso come in tanti altri simili, il perché di questo omicidio. La spiegazione di Mosca non convince. L’omicida sarebbe una donna Ucraina legata al battaglione Azov, tale Natalia Vovk. Questa Natalia sarebbe entrata in Russia con la figlia dodicenne a fine luglio, avrebbe studiato le mosse di Dugin e della figlia, avrebbe collocato l’esplosivo nella macchina, lo avrebbe attivato a distanza, e poi sarebbe riuscita a dileguarsi rapidamente, rifugiandosi in Estonia.

È una ricostruzione talmente debole che neppure il più incapace sceneggiatore di film d’azione di terz’ordine l’avrebbe presa in considerazione. A cominciare dall’errore di persona. Premere un bottone a distanza è facile. Ma l’attentatore lo preme quando è visibilmente sicuro che la vittima designata sia entrata nell’abitacolo. Far saltare una macchina vuota sarebbe sì un avvertimento, ma è roba da mafia, non da “combattente” politico.

L’attentatore, in questo caso l’attentatrice, può aver confuso il padre con la figlia? Non aveva un binocolo a infrarossi? Cerchiamo di essere seri. Questa versione non regge. Se le cose fossero andate veramente come assicurano i russi, vorrebbe dire che i servizi di sicurezza di Putin sono un colabrodo. Qualche difficoltà Mosca la sta dimostrando nel conflitto militare. Ma che non funzioni neppure la sua sicurezza interna è decisamente poco credibile. A meno che per l’autocrate del Cremlino Dugin e sua figlia non rappresentino assolutamente nulla. E quindi non godevano di protezioni, neppure nelle occasioni pubbliche. Questo avrebbe senso. La sicurezza russa sarebbe stata efficientissima solo ex post, non avendo disposizioni per l’ante.

Dugin in Iran

Al di là della versione russa, c’è da chiedersi quale sia il movente di un attentato contro Dugin e/o sua figlia. Chi può aver avuto interesse a ucciderli? Le ipotesi sono le più varie. Un gesto dimostrativo quanto cruento di una opposizione interna? Una faida nei servizi segreti?  L’Ucraina, per dimostrare la debolezza del regime putiniano? La solita cattiva America per lo stesso motivo? Tutto può essere. Ma perché proprio Dugin, per di più sbagliando? L’unica possibile ragione sarebbe che, sia all’interno della Russia, sia all’esterno, Dugin fosse percepito come una pedina importante, se non fondamentale, nel sistema politico moscovita. Ma, se tale fosse, sarebbe stato protetto. E il cane si morde la coda.

Ho l’impressione che il ruolo di Dugin sia sopravvalutato. Può anche darsi che le sue teorie euroasiatiche ed esoteriche abbiano affascinato Putin. Può darsi che in qualche fase sia stato un suo “suggeritore”. Ma suoi ruoli formali non risultano. Alla fine è solo un giornalista, filosofo mi pare eccessivo, che scavando nel pensiero reazionario europeo ha cercato di costruire una tesi geopolitica, metafisica e parareligiosa – la “quarta teoria politica” – per dimostrare il diritto-dovere della Russia di combattere e vincere contro la modernità occidentale, contro il liberalismo, in sostanza.

La Russia “tradizionale”, la Russia “profonda” con i suoi “valori”, come centro del mondo. Il Bene contro il Male. Un Bene che neppure risiede nell’ortodossia cristiana, ma in qualsiasi sistema di teocratico, che sia cristiano, islamico, pagano o buddista poco importa. Importa che si riconosca che tutto nasce in un presunto arianesimo etico-genetico che avrebbe il suo cuore ancestrale in Siberia. Un po’ più a Nord dell’arianesimo indoeuropeo, vagando tra nazional-bolscevismo e neo-zarismo.

La faccio breve. Tutto ciò per me è paccottiglia. Chi vuole si legga le sue pubblicazioni in italiano, disponibili sul mercato. Già, l’odiato mercato. Ma quale mercato? Anche qui, cerchiamo di essere seri. Perché se Dugin rappresentasse veramente la “voce” politico-ideologica di Putin, lo stratega-pensatore per eccellenza, il Cremlino non avrebbe trovato modo di far pubblicare i suoi testi da qualche grande editore italiano, europeo, americano, mondiale? Non ci sarebbe stato un battage pubblicitario? Dugin non avrebbe avuto ospitalità nei grandi media? Magari costretto a confrontarsi con avversari, nel lungo periodo che ha visto l’Occidente auspicare un ottimo rapporto con la Russia de-sovietizzata? Invece non è accaduto. Dugin si è dovuto accontentare di pubblicare con marginalissime sigle editoriali, quasi dei samizdat, per dirla alla russa.

E lui sarebbe la “voce” del neo-zarismo putiniano? Persino a Mosca lo considerano troppo ultranazionalista e negano ogni suo rapporto diretto con Putin, che lo fece criticare quando, qualche anno fa, teorizzò – guarda il caso – la necessità di un genocidio degli ucraini. Lo disse troppo presto?

Tuttavia, chiunque sia e qualunque cosa rappresenti Dugin, non si può che aver pietà per il suo dolore di padre. Come per qualsiasi padre. E si deve essere addolorati per la prematura morte di Darya. Anche se sosteneva che l’Occidente è una “società di zombie”, che “vive in un sogno legittimato dalla sua egemonia sul resto del mondo”, e che gli ucraini sono “subumani da conquistare”. Nel suo ultimo post ha definito Mario Draghi un “Quisling”, un “collaborazionista” degli americani. E ha invitato gli italiani a votare il 25 settembre per “Italia sovrana e popolare”, di Marco Rizzo e Antonio Ingroia. Il nazional-bolscevismo del padre che torna, senza un minimo di consapevolezza sulle dimensioni della lista.

Putin le ha conferito alla memoria l’Ordine del Coraggio”. Ogni morto è buono per la propaganda. Il padre, al funerale celebrato oggi, ha detto che “È morta per il popolo, per la Russia, al fronte. Il fronte è qui”. Sarebbe interessante sapere che cosa ne pensi sul serio il popolo russo.

Su chi e perché abbia ucciso Darya, per ora, resta il mistero. Che probabilmente mai sarà chiarito. Mosca ha detto la sua verità. A dispetto di ogni logica. E non tornerà indietro.

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