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Fine, è autunno

Settembre 23, 20220

Fine. Stasera si chiude. Una stagione, perché nella notte scorsa, alle 3.04, c’è stato l’equinozio astronomico, e siamo entrati in autunno. E, con gli ultimi comizi, si chiude una campagna elettorale strana, cattiva, sguaiata. Che tale è stata essenzialmente per colpa del Pd guidato da Enrico Letta.

L’ultima che ha detto, oggi al “Corriere”, è che il popolo italiano non deve consegnarsi a una <Destra estrema che vuole stravolgere la Costituzione>. Come se la Carta fosse un Totem, mentre non lo è. È stata modificata molte volte e anche sull’utilità di cambiarla in senso presidenzialista – io preferisco il modello francese – si è a lungo discusso. Consapevoli, tutti, che il presidente del Consiglio primus inter pares voluto dai costituenti, comprensibilmente, dopo la dittatura, col tempo ha dimostrato di non consentire un governo efficace della Nazione. Lo ha sostenuto anche il PD, nel 2018, con una proposta di legge scritta e firmata dal professore e deputato Stefano Ceccanti, ricandidato in extremis dopo un pubblico “pentimento”.

Si chiude, dunque, una campagna elettorale che, col passare delle settimane, ha preso una piega ignobile. Giorgia Meloni, in particolare, è stata ed è attaccata con una violenza che non fu riservata neppure al Berlusconi sceso in campo nel 1994.

Si capisce il nervosismo a sinistra. Il Pd immaginava che la legislatura potesse arrivare a scadenza naturale, nella primavera inoltrata del 2023. Immaginava di poter utilizzare questi mesi per costruire con i 5Stelle un “campo largo” della sinistra, che li inglobasse come vassalli. Approfittando della caduta libera nei consensi che sembrava stesse marginalizzandoli. Conte, l’ex premier per caso, – o chi per lui – ha capito che era una fregatura e ha giocato le sue carte, determinando la caduta del governo Draghi e l’inevitabile conseguente scioglimento delle Camere. E in campagna elettorale Conte ha sventolato la bandiera del reddito di cittadinanza, puntando sul disagio di un elettorato meridionale che – oggettivamente – soffre più di quello centrosettentrionale l’emergenza economica dovuta alla pandemia e alla guerra, a causa di uno sviluppo a lungo atteso, ma mai completamente arrivato. Ci vuole lo sviluppo, non servono le mance. Ma è una questione di percezione. Sbagliata quanto diffusa.

Il “campo largo” è svanito come la neve alpina al sole di un’estate tra le più calde della storia. E Letta si è trovato solo, forse anche nel suo partito, e costretto ad accontentarsi di mettere insieme una coalizione abborracciata che va dai post-comunisti di Fratoianni agli iperliberisti della Bonino. Calenda, più furbo, si è sfilato e con Renzi punta al futuro senza ingombranti compagni di strada. Si vedrà.

Al di là dei sondaggi, secretati per legge, che quotidianamente arrivano sulle scrivanie dei leader, si capisce che Letta sia nervoso. Qualcuno prevede – o teme – che il Pd debba nelle urne contendere ai 5Stelle il primato “a sinistra”: una catastrofe. Non faccio previsioni. Non ho strumenti, salvo le chiacchiere con gli amici. Domenica sera, alle 23, sapremo.

Si capisce il nervosismo di Letta. Se il centrodestra vincesse, si chiuderebbe una curiosa lunga parentesi della storia politica italiana. Una parentesi che potrei spiegare. Ma preferisco affidarmi all’analisi che Paolo Mieli ha affidato al “Corriere” (“Il ruolo dei tecnici in politica e le tante anomalie d’Italia”, 21 settembre). Da anni, infatti, spiega perfettamente Mieli, <il Partito democratico si è specializzato nell’arte di giostrarsi nel caos parlamentare, contribuire alla nascita di coalizioni emergenziali e far poi durare la legislatura fino alla fine naturale facendo leva sull’attaccamento degli eletti al posto precedentemente>.

<Questo metodo – rileva Mieli – porta con sé indubbi vantaggi: presenza assicurata nel governo e nel sottogoverno, totale deresponsabilizzazione a fronte delle scelte più impegnative, irrilevanza di eventuali insuccessi elettorali. Ma, ora che è finita la campagna elettorale, sorge il dubbio che questo modo di prospettare il proprio futuro — facciamoci eleggere, poi sistemeremo le cose in Parlamento, contando sull’immediato tracollo degli avversari e, nel caso, chiamando a Palazzo Chigi un nuovo supertecnico — possa garantire una qualche affidabilità>.

Draghi o altri. Mieli non crede che possa essere Draghi, ma non è questo il tema, per ora. Certo è che di questo si tratta. La storia politica recente questo certifica. Per voltare pagina, per vivere in un Paese normale, è auspicabile che dalle urne – sia pure con una legge elettorale folle, voluta a suo tempo dal Pd proprio perché si perpetui l’epoca delle non vittorie e delle non sconfitte – esca una maggioranza larga, coesa, europea, atlantica, capace di governare a lungo. Questa è la democrazia. Altrimenti, si rischia un autunno eterno. L’autunno della ragione.

 

Ps.

Mentre russi – non milioni, in verità – si accalcano alla frontiera finlandese, e nei territori occupati i militari spingono la gente a votare i referendum farlocchi di Putin, il patriarca ortodosso Kirill appoggia la mobilitazione: <Vai coraggiosamente a compiere il tuo dovere militare. E ricorda che se muori per il tuo Paese, sarai con Dio nel suo Regno, gloria e vita eterna>. Sarà ancora cristiano? O si è convertito all’Islam jihadista?

Ma la migliore di questi giorni è la sortita twitter dell’Ambasciata russa in Italia, che pubblica le foto dei politici italiani con Putin. Se non fossimo in mezzo a una tragedia, l’idea dell’ambasciatore Sergey Razov sarebbe divertente. Sarebbe strano che non avessero incontrato Putin. Nel luglio scorso si diceva che sarebbe stato rimosso. Forse, ha salvato il posto. Vivere a Roma è meglio che invecchiare a Mosca…

 

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