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La “marcia”, tra storia e cilici

Ottobre 7, 20220

Un centenario è un centenario. Ricordarlo è quasi un obbligo. Come farlo dipende, certo, da che cosa è accaduto quel giorno di un secolo prima. Per dire, il 5 ottobre del 1922 nacque a Palermo Ciccio Ingrassia. Forse mi sono sfuggite le celebrazioni. È andata meglio a Vittorio Gasmann, nato l’1 settembre. Ma, si sa, il “mattatore” era il “mattatore”. Ci ha fatto piangere e ridere. Ciccio Ingrassia solo ridere, scelta e destino di un buffone. È stato un bravo buffone. Grazie. Ma la percezione è fatalmente diversa, nell’immaginario collettivo.

La marcia su Roma del 28 ottobre 1922 – che nella realtà durò tre giorni – invece non fa ridere. Se non – guarda il caso – proprio grazie a Vittorio Gasmann, il Domenico Rocchetti del film di Dino Risi. Marcia su Roma, appunto (1962). C’era pure Ugo Tognazzi, in verità, un altro grande.

Tutto si può buttare in commedia, anche amara, naturalmente. E per certi versi la “marcia”, quella vera, un po’ commedia fu. Comunque non una rivoluzione, ammise un dolente Mussolini in Storia di un anno (1944), solo un’insurrezione. Sarebbe bastato poco per fermare alle porte della capitale del Regno quelle squadre male in arnese. E anche prima. Sol che si fosse voluto. O potuto. Se è vero che Armando Diaz sconsigliò, per la incerta tenuta degli ufficiali.

Alle 5 del mattino di quel 28 ottobre fatale, il fascista eugubino Giuseppe Ajò scrive un biglietto alla fidanzata: <Invece che a Roma siamo venuti a Perugia. Siamo giunti. Dopo una marcia da Ponte Felcino, a Perugia ed abbiamo occupato la Prefettura sotto gli occhi delle guardie Regie. Il Prefetto si è dimesso; l’Umbria è ora amministrata da un quadrunvirato fascista Gallenga Pighetti Bastianini e Felicioni. Credo che questa notte sia avvenuta la stessa cosa in tutta Italia. Il Governo è dimissionario: non sappiamo ancora se partiremo per Roma: aspettiamo Mussolini che prenderà il comando della legione umbra. Siamo un po’ stanchi ma pieni di entusiasmo. Sta tranquillissima nulla abbiamo da temere: il governo siamo noi, le guardie regie hanno ordine di armarci di tutto punto. Se andremo a Roma sarà per fare un po’ di coreografia>.

Il quartier generale dei Quadrunviri a Perugia

Ajò attese invano. Nella città umbra – poi definita “fascistissima” – il comando generale della marcia già si stava sfarinando. Arrivati il 27, i “quadrunviri” Italo Balbo, Michele Bianchi, Emilio De Bono e Cesare Maria De Vecchi erano già rimasti in due. Bianchi e De Vecchi erano partiti per Roma.
Italo Balbo provò a chiamare Mussolini. Per capire. Non rispose. Era a teatro con Margherita Sarfatti. In attesa. Il primo comunicato intestato “Perugia. Sede del Quadrumvirato Supremo Fascista” fu stilato a Roma.

Tuttavia non fu una farsa. O non solo una farsa. Nella serata del 27 il presidente del Consiglio Luigi Facta presentò le sue dimissioni al Re. Il 28 mattina Vittorio Emanuele III rifiutò di firmare lo stato d’assedio. Il 29 Mussolini viene convocato. Marciò su rotaia. L’ipotesi Salandra era svanita. Il 30 viene incaricato. Mentre le squadre ancora sciamano nella capitale.

Di testimonianze di quei giorni ne sono state tramandate forse centinaia. L’allora giornalista Attilio Tamaro – iscritto al Pnf solo da un paio di mesi – ricorda nel suo diario: <Non fu molta, ahimè, la mia azione. Mimisi a disposizione di Calza Bini appena arrivate le prime notizie del movimento, la mattina presto, all’albergo Metropol. Andai con lui e con una sua squadra a San Lorenzo, dove pareva dovesse esserci una reazione comunista e invece nulla successe, fuori di qualche sparo innocuo. Mi pregò quindi di assistere Ascari-Pertot, che aveva piantato il comando delle squadre di Roma nell’albergo Bristol in piazza Barberini. Nel pomeriggio del 29 Calza Bini voleva far uscire il settimanale del Fascio romano “La Patria” e m’incaricò della cosa, ma non fu possibile, mi aiutarono Renzo Sacchetti e Carlo Lodi. Il foglio uscì il 30 tardi nel pomeriggio dalla tipografia dell’“Epoca”, dove lavorammo tutto il giorno. Portava un mio articolo di fondo intitolato “A Roma”. La stessa sera del 30 andai con Calza Bini all’albergo Savoia, dov’era Mussolini, che mi strinse la mano cordialmente nell’atrio>. Un appunto, in verità, datato 28 novembre. Una memoria. Che molto ci dice del clima.

Scrive ancora Tamaro: <Ecco tutto – o meglio – il mio quasi nulla di quelle giornate. Delle quali ricorderò sempre con particolare vivezza l’entusiasmo, l’ardore, il disinteresse dei giovani e degli squadristi, e il gran fuoco che faceva bollire i loro animi. Oggi osservo in essi uno strano indefinibile fermento, che invano procuro di comprendere. Affiorano preoccupazioni per l’avvenire: premature, invero. Vi sono anche conflitti personali, come questo che si è aperto nel Fascio di Roma tra i seguaci di Calza Bini e quelli di Bottai, che rompono la disciplina. Fiammeggiano ambizioni. Alcuni mostrano che a tempo hanno intravveduto nel movimento carriere e affari. Arrivisti e speculatori si butteranno, forse si buttano già avanti. E non meno certi sagaci cortigiani. Spero che non prevalgano di fronte agli innumerevoli galantuomini e che il tempo elimini molti sporchi detriti, che la torba fiumana inevitabilmente ha portato a galla. Ce ne sono, di brutti ceffi anche intorno a Calza Bini. Spero altresì che il Presidente se ne saprà liberare rapidamente, benché sia evidente che per intanto vuole premiare quanti lo hanno aiutato, qualunque sia il loro valore morale e anche se ignoranti. Brutto tipo Cesare Rossi, un favorito onnipotente. Si consumano vendette> (Attilio Tamaro: il diario di un italiano, Rubbettino 2021). Di qualcuno Mussolini si liberò presto, a cominciare da Gino Calza Bini. Anche di Cesare Rossi si liberò, ma solo dopo il delitto Matteotti.

Entusiasmi, torba, brutti ceffi, arrivisti, speculatori… Illusioni e prime delusioni. Appena un mese dopo. Un classico delle “rivoluzioni”. Questa fu, vista dal basso, la marcia. Nel centenario è bene ricordarlo, ma non può essere questo il senso di una riflessione. La coreografia incorniciò una frattura storica nella storia d’Italia. E il suo centenario, purtroppo, salvo rare eccezioni, sta provocando una slavina di libri d’occasione, spesso impregnati di un moralismo che non aiuta a capire il perché di quella data né a spiegare i vent’anni successivi con distacco e serenità.

Dopo, certo, ci fu la dittatura. Ci fu la privazione della libertà. Ci fu l’uomo solo al comando. Un regime autoritario e poliziesco, tuttavia capace di godere di un largo consenso popolare, almeno fino al 1936. Condannarlo a posteriori è scontato, persino ovvio. Tutto avrebbe dovuto essere chiaro almeno dalla svolta razzista. Poi dall’alleanza con la Germania nazista. Ma il consenso ci fu. Più diffuso del dissenso. Nonostante atti eroici dimostrativi alla Lauro De Bosis, con il suo volo su Roma (G. Grasso, Icaro, 2021). Gli italiani di allora – salvo gli antifascisti militanti – magari mugugnavano, ma non reagivano. Per registrare proteste popolari si dovette attendere che la guerra apparisse perduta.

La percezione degli italiani del 1922 fu che la svolta – marcia o non marcia – fosse in qualche modo necessaria. Non esattamente verso una dittatura, ma certo per il superamento della generale incertezza dovuta alla crisi politica e sociale di un’Italia che pure aveva vinto la Grande Guerra. Guerra vinta, sì. Ma pace difficile nel rapporto con gli alleati e rispetto alle speranze maturate, forse eccessive. L’insoddisfazione degli ex combattenti fu immediata, mentre nei ceti contadini e operai si diffondeva il mito della rivoluzione bolscevica. Il carovita, gli scioperi, gli scontri armati tra Arditi del popolo e squadre fasciste. Con Trento e Trieste non si mangia. L’Italia liberale non seppe gestire quella fase caotica. Su questo – per quanto se ne sia scritto – è forse ancora utile indagare. Non per giustificare, piuttosto per comprendere come sia stato possibile che un popolo – composto dai nostri nonni o bisnonni, non da alieni – si sia consegnato nelle mani di un giornalista innamorato di Sorel, che nelle elezioni del novembre 1919 – le prime con il sistema proporzionale – aveva ottenuto a Milano appena 2427 voti, e tutta la lista dei Fasci solo 4657. Gli ex compagni socialisti pensarono che fosse finito, archiviato. Persino aspirante suicida nei Navigli.

A posteriori può sembrare folle, ma gli italiani di allora percepirono il futuro duce come una sorta di salvatore, l’“uomo della provvidenza” capace di mettere ordine dove regnava il disordine. Sbagliarono. Oggi lo sappiamo, anche se non sappiamo quale avrebbe potuto essere l’alternativa in quel contesto. Comunque un percorso alternativo e democratico quella classe politica non riuscì a individuarlo. E la storia non contempla porte girevoli. I “se” sono fatui.

L’italiano fascista ed ebreo Giuseppe Ajò poteva immaginare che cosa il fascismo sarebbe diventato? Non subì la deportazione, per fortuna. Se fosse in vita, dovrebbe ancora pentirsi di aver partecipato festoso a quella marcia? Non lo credo. Eppure, circola l’auspicio di una contrizione perpetua. Il che non aiuta alla comprensione della nostra storia. Nessuno può sollevare Mussolini e i suoi gerarchi dalle loro responsabilità. Sarebbe stolto. Come appellarsi al Mussolini che fece “anche cose buone”. È vero. Ma ogni dittatura – di qualunque colore – fa “anche cose buone”. Per la banale ragione che ha strutturalmente capacità decisionali maggiori di un sistema democratico. Il che non la rende migliore e auspicabile. Nessuno, d’altra parte, può minimizzare le responsabilità della classe politica dell’Italia liberale che ha spalancato le porte al fascismo. Su questo avrebbe un senso ragionare, soprattutto per le giovani generazioni.

Eppure, nel dibattito pubblico, ancora prevale il moralismo, che si somma all’uso politico della storia. Spesso rasentando il ridicolo. A Roma giace da tempo una proposta per cambiare nome alle strade del quartiere “Africano”. Viale Eritrea, viale Somalia, viale Libia, piazza Gondar, ecc. Pentirsi, cancellare le tracce. È il mantra della cancel culture che attraversa i continenti. Peraltro, in questo caso, tracce non esattamente fasciste. Chiunque dovrebbe sapere che il colonialismo italiano nasce a fine Ottocento. La nuova nazione unita cercava un posto al tavolo delle grandi potenze. Sbagliato? Facile dirlo oggi, magari senza negare gli effetti collaterali della rapida decolonizzazione del secondo dopoguerra. Effetti nelle ex colonie, oltre che nei paesi ex colonizzatori.

Al fascismo, comunque, può essere “rimproverata” solo la guerra d’Etiopia. Eritrea, Somalia, Libia, Dodecanneso non gli appartengono, se non come lascito ereditario. Come ricordava Renzo De Felice, anche <la riconquista della Libia incomincia col ministro liberale delle colonie, Giovanni Amendola: segno che il suo senso dello Stato, tanto diverso da quello che sarà il senso dello Stato di Mussolini, lo spingeva a riportare la colonia all’Italia>. Ancora De Felice, sulla contrizione che dovremmo perpetuare per il nostro colonialismo: <La realtà del periodo coloniale era quello che era. I francesi del Magreb, gli inglesi in India, non procedettero con mano più leggera della nostra. Coloro che per primi istituirono campi di concentramento di massa furono gli inglesi in Sud Africa> (Scritti giornalistici. III, 2019). Oggi, il colonialismo ha cambiato divisa. È strisciante. Economico, non politico, né militare. Ma in quanto economico è anche politico.

Gli italiani non furono migliori di altri. Gli italiani brava gente sono frutto di una retorica autoassolutoria. Alcuni italiani colonizzatori furono brava gente. Altri no. Com’è normale. <Durante il mio soggiorno alla Asmara e a Addis Abeba, sono veramente rimasto impressionato nel vedere un’infinità di uomini, vivere disonestamente al margine della società, con la più sfacciata disinvoltura essi sono dei veri filibustieri; dannosi per i Nazionali e di cattiva propaganda verso gli Indigeni>. Così Francesco Pallottelli scriveva nell’estate del 1938. Spedì la lettera alla moglie Alice De Fonseca, perché la inoltrasse a Mussolini tramite la segreteria particolare. Persino Roberto Farinacci, rientrato dall’Etiopia, denunciò al duce i <modi volgari, o disgustosi, od offensivi> dei Nazionali (Storia di Alice, Rubbettino 2010).

Ci possiamo scandalizzare. Dobbiamo. Abbiamo restituito all’Etiopia la stele di Axum. Fermiamoci qui. Il colonialismo italiano non fu solo orrore. Così come il fascismo non fu un regime poliziesco e liberticida nato per caso, da un incidente di percorso. <Era stato – ha notato Ernesto Galli della Loggia sul “Corriere della Sera” (L’Italia e l’abiura mai fatta, 2/10/2022) il prodotto della crisi politica del dopoguerra […] l’esito di una lunga storia italiana. L’esito di una storia italiana in cui erano confluiti moti profondi della vicenda nazionale risalente al risorgimento, in cui avevano avuto modo di esprimersi anche cose molto degne ed esigenze ampiamente condivise, e al quale avevano collaborato con fecondità di risultati non poche personalità di indiscusso prestigio>.

Fenomeno complesso, molto. Come tutta la storia. Da capire. Se non vogliamo accontentarci del film di Dino Risi. O indossare il cilicio per far contenti i moralisti. La marcia dei flagellanti no, prego.

 

Questo testo è stato pubblicato in una prima versione il 6 ottobre 2022 in:

La “marcia”, tra storia e cilici

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