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Le ciabatte del capo

Febbraio 14, 20242

Se è vero – il dubbio è sempre legittimo – il video diffuso dall’esercito israeliano è l’immagine – agghiacciante – che meglio testimonia la tragica situazione mediorientale. Recuperato da una telecamera istallata in un tunnel sotterraneo nella città di Khan Younis, il video mostra il capo di Hamas, Yahya Sinwar, in fuga con moglie e figli. Il filmato sarebbe del 10 ottobre, tre giorni dopo il massacro di ragazzi – e la cattura di ostaggi – nel deserto del Negev. Sinwar, dunque, pianifica e ordina la strage. Poi scappa in ciabatte, lasciando i civili palestinesi alla mercé della inevitabile reazione militare di Israele, lo Stato sovrano aggredito da Hamas che – supportato dall’Iran – ha come obiettivo finalistico la sua distruzione.

Ora, dopo 130 giorni di guerra, mentre numerose mediazioni hanno tentato – e stanno tentando – di risolvere il conflitto, si manifesta a livello internazionale la critica verso Israele perché starebbe “esagerando” nel provocare migliaia di vittime civili incolpevoli. In realtà, non erano trascorsi un paio di giorni dal 7 ottobre che la strage era già stata dimenticata e l’attenzione si era riversata sulla reazione israeliana, invertendo i ruoli di aggressori e aggrediti. Eccessiva, di diceva e si dice. Sproporzionata, si diceva e si dice. Come se le vittime civili palestinesi potessero obliterare le vittime civili israeliane. Come se le vittime civili palestinesi non siano, innanzitutto, vittime anch’esse del regime di terrore istaurato da Hamas.

Qualche data, senza ripercorrere la storia dell’area dal 1917 a oggi, ma ricordando che lo Stato di Israele nasce nel 1948, grazie al voto favorevole dell’Onu. 1967: con la guerra dei sei giorni la Striscia viene occupata da Israele. 1994: con gli accordi di Oslo nasce l’Autorità Nazionale Palestinese, responsabile della Cisgiordania e di Gaza. 1996: prime elezioni palestinesi, vinte da Fatah di Arafat, organizzazione laica che abbandona il terrorismo diffuso. Israele comincia il ritiro dalla Striscia, che si completa nel 2005, dopo le elezioni palestinesi vinte ancora da Fatah. 2006: nuove elezioni palestinesi. Nella Striscia vince Hamas, organizzazione terroristica islamica fondamentalista, che nel 2007 scatena e vince una guerra contro Fatah. Da quell’anno la Striscia è governata da Hamas, che attacca periodicamente Israele, nel 2008/2009, nel 2012, nel 2014, e continua ad attaccarla con azioni terroristiche e lancio di missili.

Oggi, per arrivare a una pace credibile, viene rilanciata la prospettiva dei “due popoli, due Stati”. Una prospettiva che – va detto – viene contrastata dalla frangia messianica del popolo israeliano, ma che resta l’unica possibile, purtroppo allontanata dalla strage del 7 ottobre. In ogni caso, Hamas – se veramente fosse interessata – avrebbe potuto in quasi vent’anni lavorare alla creazione di uno Stato vero, in attesa di un riconoscimento internazionale, comunque ostacolato dalle riserve dell’Autorità Nazionale Palestinese, ancora guidata da Abu Mazen.

Ma Hamas non ha mai manifestato una volontà in questo senso. Il suo obiettivo non è quello dei “due popoli, due Stati”, ma la creazione di uno Stato palestinese “dal fiume al mare”, cioè dal Giordano al Mediterraneo. A soffrirne, prima di tutto, sono gli abitanti della Striscia, che tuttavia non hanno manifestato alcuna volontà di sottrarsi al dominio di Hamas. Per quanto Hamas dica di avere un governo, ministri, amministratori locali, è difficile attribuirle lo status di Stato di fatto. Al di là delle forniture militari iraniane, e forse non solo iraniane, la Striscia – e in parte la Cisgiordania – vive grazie ai finanziamenti dell’Unrwa, l’Agenzia per il soccorso e l’occupazione dei profughi palestinesi nel vicino oriente creata dall’Onu nel 1948, e anche da quelli dell’Unione Europea, in parte sospesi dopo la scoperta che suoi dipendenti erano affiliati ad Hamas. L’Unrwa è guidata, dal 2020, dallo svizzero Philippe Lazzarini, che ad ogni piè sospinto difende i suoi dipendenti “infedeli” e, dimenticato il 7 ottobre, non fa altro che attaccare Israele, sulla scia del segretario generale dell’Onu, il portoghese António de Oliveira Guterres, sempre “inorridito” dell’azione israeliana. C’è da rimpiangere l’egiziano Boutros Boutros-Ghali. Il terzetto palesemente anti-israeliano si completa con la “relatrice speciale delle Nazioni Unite sui territori palestinesi occupati”, l’italiana Francesca Albanese, capace di denunciare la “occupazione coloniale israeliana” e il conseguente “regime di apartheid”, tollerato dagli Stati Uniti “soggiogati dalla lobby ebraica”. Se non è antisemitismo questo, mi chiedo come si possa definire.

Ma da tempo mi pongo altre domande, che riguardano la qualità di vita dei normali cittadini, della quale Hamas non sembra proprio preoccuparsi. Forse, invece di utilizzare i finanziamenti per armarsi e costruire centinaia di tunnel sotterranei, dovrebbe utilizzarli per creare una struttura economica. La Striscia sarà pure semidesertica, ma Israele ha insegnato che anche il deserto si può sfruttare.

Resta la questione umanitaria. Le vittime civili di una guerra non piacciono. Mai. Anche se tutti sappiamo – compresa Hamas – che in una guerra non muoiono solo soldati e miliziani. Non può non saperlo Yahya Sinwar, che infatti scappa in pantofole.

Per fortuna, le iniziative per raggiungere una tregua, se non la pace, sono in corso. Senza dimenticare che gli accordi si raggiungo in due. E deve essere chiaro che Israele è stato aggredito, non Hamas, né i cittadini di Gaza. Nessuno può pretendere una iniziativa unilaterale di Israele. Gli incontri del Cairo vanno apprezzati. Alimentano la speranza, almeno per gli ostaggi e per un minore impatto sui civili palestinesi. È tuttavia difficile immaginare che Hamas possa continuare a “governare” la Striscia. L’ANP, pur con tutti i suoi problemi interni, deve essere messa in condizione di rientrare in possesso di Gaza. Altri interlocutori non esistono. Ad adoperarsi per la pace sono soggetti diversi. Gli Usa, innanzitutto. L’Egitto, che non vuole profughi palestinesi, il Qatar. Mentre l’Iran, attraverso i ribelli yemeniti, continua a soffiare sul fuoco. La situazione è complessa, delicatissima. Non meno che in passato.

In questo contesto l’Italia fa la sua parte, sia diplomaticamente sia con aiuti umanitari. Sul piano interno è positivo che la presidente del Consiglio Meloni e la segretaria del Pd Schlein si siano parlate. Ne è scaturito un voto incrociato che, in primo luogo, dirada la nebbia sulle fin qui molto equivoche posizioni dell’opposizione. Impegnare il Governo <a sostenere ogni iniziativa volta a perseguire la liberazione incondizionata degli ostaggi israeliani e a chiedere un immediato cessate il fuoco umanitario a Gaza> significa riconoscere la differenza tra aggrediti e aggressori. Un passo avanti. Verso le posizioni assunte dal Governo a sostegno dello Stato israeliano devastato dalla strage del 7 ottobre. E anche – è da sperare – verso la condanna esplicita dell’antisemitismo strisciante e trasversale che è tornato ad emergere con prepotenza in questi mesi, mascherato da un pacifismo di maniera. Una esplicita condanna che deve essere ribadita da ogni forza politica. E dobbiamo anche sperare che Israele sia in grado di superare gli estremismi interni, garantendosi la sicurezza, senza alimentare l’illusione di un allargamento a Est dei propri confini.

 

2 comments

  • Liv

    Febbraio 14, 2024 at 6:29 pm

    Insieme alle precisazioni storico-polituche penso sarebbe bene ribadire ogni volta che gli israeliani non sono arrivati dallo spazio nel 1948 per proclamare un loro neonato Stato
    ebraico invadendo la terra dei musulmani, ma che il popolo ebraico è stato nella propria terra già da millenni e non ha rubato la terra di nessuno. Casomai è il popolo creato da Arafat con l’aiuto del KGB , e denominato.” Palestinese” ,ad essere il NUOVO stato, prima INESISTENTE, dato che la maggior parte della gente sembra ignorare la storia precedente il 1948.

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    • Gianni Scipione Rossi

      Febbraio 14, 2024 at 6:35 pm

      Le cose stanno così. Ne ho scritto e parlato tante volte. Magari lo do per scontato, e in effetti è sempre meglio ricordarlo. Saluti

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